Mondo

23 dicembre 2015

L’Occidente, i regimi cattivi e quelli buoni

«Se un regime arabo è disposto a forme di collaborazione politico-militare, possiede risorse utili all’economia di mercato o è nemico di uno Stato che l’Occidente considera peggiore, l’Europa e gli Stati Uniti chiudono un occhio e si astengono da qualsiasi interferenza. Se il regime persegue politiche giudicate pericolose per gli equilibri della regione o (come nel caso della Siria) stringe rapporti di forte collaborazione con uno Stato che molti in Occidente considerano potenzialmente nemico [vedi alla voce Russia ndr.], le democrazie occidentali salgono in cattedra e pretendono il rispetto dei valori e dei diritti che sarebbero patrimonio delle società avanzate». Così Sergio Romano il 23 dicembre sul Corriere della Sera, in una analisi sugli Stati arabi. Nella missiva Romano spiega che per questi motivi anche la Siria è stata relegata nella categorie dei cattivi (I regimi arabi visti da noi due pesi e due misure).

 

Nota a margine. Val la pena aggiungere un corollario: nella narrativa mainstream i governi degli Stati arabi inseriti nella categoria “cattivi” vengono classificati alla voce “regimi”, mentre quelli autoritari con i quali l’Occidente conserva rapporti proficui non hanno simile etichetta. Così il “regime” di Gheddafi, quello di Beshar al-Assad, quello iraniano; di converso gli Stati del Golfo sono semplici “monarchie” (termine di per sé anodino, anche la Gran Bretagna è una monarchia, pur se parlamentare). E ciò nonostante tali Paesi abbiano legislazioni molto più restrittive di quelle in vigore nei Paesi “cattivi”.

 

Una differenza di trattamento mediatico che in realtà vale anche per altri Stati non arabi. Basti pensare al cosiddetto regime di Viktor Yanukovich nell’Ucraina pre-rivoluzionaria, etichettato in questo modo nonostante fosse un governo eletto in elezioni che tutto il mondo ha ritenuto regolari. Quando la semantica è al servizio dell’ideologia…