Mondo

17 dicembre 2015

Ryad e la sfida della Nato sunnita

«L’Arabia Saudita crea una coalizione militare di trentaquattro Stati sunniti che si prepara a coordinare ogni tipo di intervento in Iraq, Siria, Libia, Egitto e Afghanistan al fine di combattere il terrorismo jihadista e la crescente egemonia dell’Iran. Il patto che cambia la mappa strategica di Nord Africa e Medio Oriente è stato siglato a Ryad». Pilastri dell’Alleanza sono le Monarchie del Golfo, ai quali si affiancano Stati come Turchia e Pakistan oltre a diversi Paesi arabi, quali Egitto, Marocco, Nigeria, Mauritania, Libia, Somalia, Giordania e Autorità nazionale della Palestina.

 

Indicativa, scrive il cronista, l’assenza dell’Oman perché Stato «facilitatore» dei negoziati sul nucleare iraniano. L’alleanza avrà una sala di operazioni congiunta a Ryad (intelligence e altro) in competizione con «quella di Bagdad dei rivali russi-sciiti». Si tratta di un «patto tra Stati sunniti per ridisegnare gli equilibri in un arco di crisi che si estende per oltre 9000 km dallo Stretto di Gibilterra alle vette dell’Hindu Kush [Afghanistan ndr.]. Per Putin significa che la sfida iniziata con la Turchia è destinata ad avere dimensioni assai più ampie e conseguenze difficili da prevedere».

 

Nota a margine. La notizia giunge a ridosso di quella relativa alla riunione, sempre in Arabia Saudita, di diverse fazioni jihadiste siriane anti-Assad. Apparentemente velleitaria questa coalizione condotta da Ryad, dal momento che vi avrebbero aderito non-Stati come Somalia, Libia e Yemen, tuttora in preda al caos. Nondimeno ha un suo peso specifico geopolitico.

 

Grazie a questa sorta di Nato dei sunniti, Ryad si propone, di fatto, come “guastatore” dell’intervento russo in Siria e di un possibile accordo Russia-Usa (lunedì il segretario di Stato Usa John Kerry, dopo aver annunciato un accordo sulla Libia, è volato a Mosca dove ha avuto incontri molto costruttivi sia con il ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov che con Vladimir Putin).

 

Con questa mossa il blocco sunnita si candida a intervenire direttamente nella guerra siriana. Ma, dati anche i rapporti di forza con la Russia, potrebbe anche ripiegare sul terreno politico, proponendosi come sponsor delle varie formazioni jihadiste (alle quali è legato a doppio filo) presso le due superpotenze. Sia nel quadro di un accordo che conservi l’unità della Siria, favorendo una maggiore presenza dei sunniti alla guida del Paese, sia nell’ipotesi di una sua frammentazione, dalla quale potrebbero sorgere diverse entità statali, in particolare il Sunnistan (progetto vagheggiato da tempo anche dai neocon americani).

 

Di certo la nascita di questo blocco sunnita non aiuta a ricomporre il quadro fin troppo frammentario del mondo arabo. Finché non si ricompone il conflitto tra Teheran e Ryad, che pure sottotraccia conservano un rapporto informale (colloqui di pace per lo Yermen, dialogo sul futuro presidente libanese), il conflitto sunniti-sciiti, alimentato anche dall’esterno (vedi neocon), continuerà a tormentare il mondo arabo e il pianeta. 

 

E purtroppo è plausibile la prospettiva, minacciata da Molinari, di un confronto di lunga durata (a geometria variabile e a tutto campo) tra la Nato sunnita e l’asse Mosca-Teheran. Prospettiva invero inquietante per la pace mondiale.

 

Di certo come alleanza anti-terrorismo (vedi annuncio ufficiale) è ben strana, ché molti dei Paesi fondanti sono stati (e sono) più o meno direttamente sponsor delle varie agenzie votate a tale nefasta pratica.

Da questo punto di vista appare un semplice cambio di strategia in risposta all’intervento dei russi in Siria che, prima di interventi esterni, sembravano poter contrastare con successo i sanguinari movimenti jihadisti.