Mondo

12 dicembre 2015

La Libia, tra speranze di pace e nuovi rischi

L’Onu annuncia che si è trovato l’accordo tra il governo di Tobruk e quello di Tripoli, che dovrebbe riportare la pace in Libia e favorire il contrasto al dilagare dell’Isis nel Paese. Dovrebbe essere firmato la prossima settimana. In una lettera pubblicata sulla Repubblica del 12 dicembre, l’ex ministro degli Esteri italiano Emma Bonino e Jean-Marie Guéhenno, presidente dell’international crisis group, mettono in guardia le Nazioni Unite e i vari Paesi coinvolti nella mediazione su una soluzione troppo affrettata, figlia dell’«enorme pressione delle grandi potenze, in particolare gli Stati Uniti».

 

Nella missiva, infatti, i due firmatari ricordano che la scorsa settimana delegati dei due parlamenti (di Tobruk e Tripoli) «hanno annunciato un piano di pace alternativo», che è stato prontamente e in toto rifiutato. «Il preoccupante risultato è che importanti sostenitori libici del piano di pace stanno cominciando a pensare che la comunità internazionale insista per imporre un accordo su un governo che non può sopravvivere alle fratture del panorama politico libico».

 

Così il governo unitario di Faez Serraj, personaggio sconosciuto ai più che dovrebbe guidare la nuova Libia, rischia di partire azzoppato. Anzi, secondo i firmatari della missiva, è «molto probabile che le condizioni di sicurezza impediranno a Serraj e ai suoi colleghi di entrare in carica a Tripoli». Non solo: si potrebbe «innescare una rinnovata lotta per il controllo della capitale tra le fazioni che appoggiano e quelle che si oppongono al nuovo governo».

 

Nota a margine. Non abbiamo pubblicato parte di questa missiva perché condividiamo in pieno le posizioni espresse. E però l’allarme lanciato appare reale. L’accordo sulla Libia è cruciale, soprattutto in un momento in cui l’Isis sta tentando di implementare la sua presenza nel Paese per far dilagare la sua follia nel cuore del Mediterraneo.

 

C’è bisogno di un accordo che goda della più ampia adesione della società civile libica (meglio, delle varie fazioni) perché il processo di destabilizzazione innescato dalla recente guerra portata dalla Nato trovi un freno. Una soluziona imposta dall’alto sarebbe una reiterazione dell’errore del passato, quando appunto la guerra libica, immaginata (o propagandata) come “soluzione finale” all’asserita dittatura di Gheddafi, scatenò l’inferno. 

 

Il problema della Libia, ora come allora, è che la presenza di ricchi giacimenti petroliferi lascia poco spazio a una diplomazia costruttiva. Nel caso specifico speriamo che tali interessi non sovrastino quelli per la sicurezza globale: la posta in gioco, data la presenza dell’Isis nel Paese, è altissima.