10 dicembre

Le forze del caos e il diritto internazionale

La guerra in Siria diventa sempre più intricata. L’aeronautica russa, intenta a bombardare l’Isis, deve fare i conti con quella britannica (e francese) che agisce senza cercare coordinamento con Mosca. Cosa che già avviene tre le forze russe e quelle statunitensi, che in questi giorni, secondo fonti siriane e russe smentite da Washington, avrebbero bombardato l’esercito siriano a  Deir Ezzor (quattro morti, dodici feriti, alcuni blindati distrutti), favorendo un contrattacco dell’Isis in zona.

 

Complicazioni alle quali si somma la crescente assertività della Turchia che ha inviato truppe in Iraq, provocando reazioni sdegnate nelle autorità irachene, e ripreso i bombardamenti contro il Pkk (forza che si oppone sul campo all’Isis).

Sono tutte azioni alquanto bizzarre per una campagna militare che a parole è diretta contro l’Isis. In realtà il loro risultato è, oggettivamente, quello di complicare, e non poco, la campagna militare anti-Isis condotta finora da siriani, russi, hezbollah e iracheni. Proprio nel momento in cui l’Isis sembrava essere stato messo alle corde.

 

Complicazioni, tra l’altro, alquanto pericolose per la pace mondiale, dal momento che senza coordinamento si rischiano incidenti ben più gravi di quello che ha visto un caccia turco abbattere un bombardiere di Mosca.

Ma quel che più interessa sottolineare in questa sede è altro: la decisione di entrare in guerra da parte britannica segue un copione già scritto dai suoi alleati Nato in loco, che prevede il disprezzo del diritto internazionale.

Per bombardare un obiettivo all’interno di un Paese sovrano senza mandato Onu, sia esso l’Iraq o la Siria, si deve ottenere l’autorizzazione delle autorità locali, quanto ottenuto dalla Russia.

 

Una norma ignorata. E una palese contraddizione con quanto sostenuto dalle cancellerie occidentali in occasione dell’abbattimento del bombardiere russo da parte di Ankara, alla quale invece è stato riconosciuto il diritto di tutelare i propri cieli da intrusioni altrui.

Questa erosione del diritto internazionale non è cosa nuova: è prassi normale, anzi dottrina teorizzata in Occidente nel post 11 settembre.

 

Una prassi che vorrebbe trovare la sua giustificazione nella nefanda efferatezza del nemico contro il quale sono dirette tali azioni: allora al Qaeda e oggi l’Isis. Più il nemico da combattere compie illegalità estreme e perverse, più illegali, estreme e perverse sembra possano, anzi debbano, essere le risposte.

 

In realtà in questi anni abbiamo visto come risposte illegali, estreme e perverse quali ad esempio la guerra in Iraq e in Libia, oltre alle follie insite nella guerra afghana (dove i droni Usa hanno fatto strage di innocenti), non hanno sanato affatto il mondo dal terrorismo. Hanno prodotto solo più illegalità, estremismo e perversione.

 

Non è solo una questione di un metodo errato che produce l’esatto contrario di quanto si propone di ottenere, ma anche di principio. Demolire il diritto internazionale non può che produrre caos.

In questo modo Londra, Washington e i loro più o meno estemporanei alleati si trovano dalla stessa parte di quanti in teoria affermano di voler contrastare, dal momento che il terrorismo vive per creare caos e destabilizzazione.

 

In questo scontro globale, che non è tra terrorismo e anti-terrorismo come da narrativa corrente, ma tra le forze del caos e quelle del diritto e dell’equilibrio internazionale, tra i due supposti antagonisti sembra si siano così stabilite, anche qui nella prassi, delle convergenze parallele che rischiano di disgregare il mondo intero.

Una destabilizzazione mondiale che in Occidente è prodotta, meglio propagandata, in nome della sicurezza globale. «La guerra è pace» era uno slogan del Grande Fratello di orwelliana memoria.

 

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