1 dicembre

Una curiosa missiva

«Non possiamo restare indifferenti davanti alle legittime richieste dell’opposizione democratica …. Tacere vorrebbe dire schierarsi. Esigere libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani in … non significa interferire o intromettersi, ma fare il nostro dovere di democratici. Questi sono valori universali che sosteniamo per tutti, non soltanto per noi. Noi firmatari di questo appello chiediamo a tutte le democrazie di unirsi alla nostra richiesta e di tutelare insieme il nostro patrimonio civico. Denunciamo l’arbitrio e prendiamo le difese della democrazia e della libertà».

 

Questa la conclusione di una lettera pubblicata sulla Repubblica del 1 dicembre e firmata da altissime personalità europee: David Cameron, premier britannico, Felipe Gonzalez e Mariano Rajoy, rispettivamente primo ministro ed ex primo ministro spagnoli, Thorbjørn Jagland, segretario generale del Consiglio d’Europa, Ricardo Lagos, primo ministro cileno. Abbiamo omesso, tramite punti di sospensione, il governo al quale è rivolto l’accorato appello per lasciare campo libero alla fantasia del lettore.

 

No, non si tratta di un richiamo al governo turco del quale è notoria e quasi ostentata la deriva anti-democratica, anzi con esso non sembra esserci alcun problema. Per la Turchia non vale «tacere vorrebbe dire schierarsi» né l’impossibilità a restare «indifferenti» o le varie amenità contenute nella missiva. Né per quanto accade in questo Paese si chiede che altre democrazie si uniscano all’accorato grido di dolore dei firmatari per far rispettare i profondi «valori civici» che ispirano la missiva. Infatti questa, più prosaicamente, è indirizzata al governo del Venezuela che si trova dall’altra parte dell’oceano…

 

Val la pena ricordare che la settimana scorsa in Argentina è finita l’era di Cristina Kirchner: alle presidenziali ha vinto il conservatore liberale Mauricio Macrì. Finisce così, dopo 12 anni, anche l’era nazional popolare dell’Argentina.

 

Un periodo nel quale, proprio grazie alla spinta argentina, ma anche brasiliana e venezuelana, il Sud America ha visto crearsi e consolidarsi una rete di rapporti tra le giovani democrazie del continente (al di là delle differenze tra i vari governi), in funzione di uno sviluppo economico non più subordinato agli interessi degli Stati Uniti e dell’Europa (pur se con ambedue hanno conservato e sviluppato rapporti più o meno fecondi).

 

Così, a distanza di alcuni giorni dal crollo di una delle colonne portanti di questo nuovo nodello di sviluppo sudamericano, l’appello-sfida pubblicato in calce all’articolo appare sotto altra luce. Un po’ meno ipocrita, un po’ più sinistra.

 

11 agosto

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