27 novembre

Hollande, Putin e il compromesso globale

Si è concluso a Mosca il tour diplomatico del presidente francese François Hollande deciso a seguito degli attentati di Parigi. Dopo i colloqui con Barack Obama e Angela Merkel, ieri il vertice con Vladimir Putin. Un tour che è stato funestato dall’abbattimento del bombardiere russo sui cieli siriani (o turchi, poco importa nella sostanza) da parte dell’aviazione di Ankara, causa di nuove tensioni tra Occidente e Russia.

 

Significativo, sul punto, un cenno contenuto in un articolo di Bernardo Valli sulla Repubblica del 25 novembre: «L’F16 turco che ha abbattuto con un missile il Sukhoi 24 non solo ha rimesso in discussione l’allargamento dell’alleanza contro il terrorismo salafita, ma può pregiudicare la distensione che si profilava tra l’Occidente e la Russia dopo la lunga “guerra  fredda” cominciata con gli avvenimenti dell’Ucraina». Interessante anche il titolo: Un missile sul disgelo così si è spezzato il fronte anti-terrore.

 

Certo non basta un incontro tra Hollande e Putin per rimettere in carreggiata un processo che l’incidente siriano ha fatto deragliare, nonostante i toni e le dichiarazioni dei due leader siano stati concordi. Né l’auspicio di una de-escalation, come da dichiarazioni del presidente Obama all’indomani dell’incidente.

 

Serve, oggi più che mai, che l’Occidente faccia pressioni su Ankara per attutirne la pericolosa assertività dispiegata attraverso il sostegno allo jihadismo internazionale: più aperto al tempo della primavera araba, più occulto oggi nell’ambito del conflitto scatenato per causare un regime-change in Siria.

 

Ci sono i margini per ricucire, anche perché finora la reazione di Mosca è stata ferma ma limitata. Poteva essere ben peggiore se si considera anche che l’abbattimento del bombardiere russo è avvenuto in un’azione contro l’Isis (come ben sapevano le autorità turche), l’organizzazione che solo un mese fa aveva rivendicato, tra l’altro, l’attentato all’aereo civile russo caduto sul Sinai (dove si sono registrate, è utile ricordarlo, più vittime che nelle vie parigine).

 

Una de-escalation che però deve necessariamente passare attraverso le strettoie della costruzione di una comune alleanza conto l’Isis, alla quale ostano le riserve occidentali.

E però ribadire che l’ostacolo a tale prospettiva è la posizione russa nei confronti di Assad, che Putin vorrebbe conservare al potere, appare del tutto incomprensibile (se non strumentale):  Assad, con tutti i suoi limiti, non manda terroristi a uccidere in giro per il mondo. Un conto è il contrasto a un pericolo globale, altro è il destino del presidente di un Paese, che può essere affrontato in un secondo momento.

 

Come incomprensibili (se non strumentali) appaiono le critiche alla campagna militare condotta dai russi contro l’Isis. A differenza di quanto ha fatto la coalizione anti-terrorismo a guida Usa, questa ha prodotto risultati notevoli. Basti pensare che solo dopo l’inizio di tale campagna la coalizione ha iniziato a bombardare i camion cisterna che portano il petrolio dell’Isis in Turchia. Ciò nonostante tali trasporti non siano poi così difficili da individuare, come dimostra la foto aerea diffusa dal ministero della Difesa russo che accompagna questa postilla.

 

Obiezioni incomprensibili se collocate nel quadro di un contrasto globale al terrorismo, comprensibili se lette sul piano geopolitico: l’alleanza con la Russia comporta il suo sdoganamento internazionale, più o meno parziale che sia (come da cenno di Bernardo Valli), come anche l’accettazione di un suo ruolo in Medio Oriente. Ruolo che il nuovo rapporto tra la Russia e l’Iran de-nuclearizzato renderebbe ancora più incisivo.

 

Un accordo necessario quanto difficile, dunque, quello tra Russia e Occidente. E però se esistono forze divergenti a questo compromesso globale, tante sono anche le forze che spingono in tal senso. Perché l’alternativa non è solo il ridimensionamento della Russia, ma un allargamento ulteriore del caos globale.

 

È in questo quadro, quindi, che va letta la visita di Hollande a Mosca. Il problema è che superare i fattori ostativi comporta un processo politico lungo e faticoso. «Nel frattempo – scrive Roberto Toscano a conclusione di un editoriale sul tema, pubblicato oggi sulla Stampa – dobbiamo aspettarci che chi ha tutto da perdere da questo accordo faccia il possibile (ovunque e con tutti i mezzi) per aumentare la paura, le divergenze tra alleati, la tentazione di chiamarsi fuori. Le prossime settimane saranno particolarmente pericolose» (La politica parli prima delle armi).

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