17 novembre

Le tristi elezioni ucraine

Domenica scorsa in Ucraina si sono chiuse le elezioni ammnistrative, nelle quali il partito del Presidente Petro Poroshenko ha subito una «vera e propria batosta», riuscendo vincente nella sola Kiev, dove l’ex pugile Vitaly Klitschko, «dopo un primo turno francamente deludente, è riuscito a confermarsi al ballottaggio con il 65,5% dei voti». Un’elezione storica per la democrazia ucraina: solo «il 25% degli aventi diritti, infatti, si è recato alle urne».

Per quanto riguarda altre città importanti dell’Est, già negli scorsi giorni, a Karkiv si era affermato Gennady Kernes «ex alleato di Viktor Yanukovich [ex presidente russo cacciato dopo la rivoluzione di piazza Maidan ndr.] e ora sostenuto dall’oligarca Igor Kolomoisky», mentre a Dnipropetrovsk ha vinto Boris Filatov, anche lui «vicinissimo a Kolomoisky». A Leopoli, invece, «si è confermato Andrei Sadovy, «leader di Samopomich, che con la sua rielezione si prepara a sfidare Poroshenko in vista delle prossime elezioni presidenziali».

Il partito del primo ministro, quell’Arsenij Yatsenyuk tanto caro ai neocon americani, ha riportato «percentuali da prefisso telefonico». Questa la sintesi di un articolo di Eugenio Cipolla pubblicato sull’Antidiplomatico.

 

Nota a margine. Queste elezioni sono la fotografia di un disastro: il governo insediato dopo i torbidi di piazza Maidan non ha più alcun consenso nel Paese reale. Questo nonostante i consistenti aiuti finanziari giunti dal Fondo monetario internazionale, quei 40 miliardi di dollari che avrebbero dovuto tirar fuori l’Ucraina da una crisi che appare invece sempre più irreversibile (con la Grecia non è stato altrettanto generoso).

Anche la percentuale dei votanti la dice lunga sulla felice partecipazione della popolazione alla nuova gloriosa stagione democratica inaugurata a Maidan grazie al sostegno entusiasta dei neocon americani.

 

Nessun quotidiano nazionale ha riportato la cronaca di questa sconsolante pagina elettorale, che spiega più di altre notizie l’esito della rivoluzione di allora. Un Paese in rovina, con uno scollamento tra politica e società senza precedenti. È il marchio dei neocon: il loro abbraccio lascia solo rovine, Nel mondo arabo come in Europa.

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