11 novembre

Cameron: “Cara Europa ti scrivo…”

david-cameron-eu-referendum-390x285David Cameron mette per iscritto le sue richieste all’Unione europea: quattro temi sui quali trattare per evitare la Brexit. Se due di questi, quello riguardante il rilancio del mercato unitario e il regolamento dell’immigrazione sono in fondo meno dirompenti, quelli riguardanti il destino dei Paesi che non hanno aderito all’unione monetaria e sono titubanti riguardo il processo di integrazione si pongono invece su un terreno scivoloso.

Infatti la proposta di Cameron, scrive Sergio Romano sul Corriere della Sera dell’11 novembre, andrebbe a modificare «radicalmente la natura dell’Unione. La trasformerebbe in un parteneriato in cui il suo Paese avrebbe il diritto di guidare gli euro-tiepidi verso gli obiettivi che meglio convengono ai suoi interessi; ma conserverebbe il diritto di interloquire anche nelle politiche a cui rifiuta di aderire».

Una missiva che si colloca nel solco dei rapporti tra Unione europea e Gran Bretagna. Sergio Romano, infatti, nel suo articolo ricorda che Londra non «ha aderito alla Comunità per realizzarne gli obiettivi. Ne ha fatto parte per meglio impedire, dall’interno, che quegli obiettivi fossero raggiunti. Ha approfittato del crollo del sistema sovietico per promuovere una politica di allargamento che ha considerevolmente diluito l’omogeneità di una Comunità ormai divenuta, almeno nominalmente, Unione. Ha ottenuto il diritto di sottrarsi ad alcuni impegni e obblighi […] ma senza rinunciare ai poteri e alle prerogative dei Paesi che sono membri di pieno diritto» (Il futuro dell’Europa si gioca (anche) a Londra).

La missiva britannica giunge a Bruxelles mentre a Londra si sta giocando la partita del referendum sulla Brexit, il quale dovrebbe svolgersi nel 2017 (ma potrebbe essere anticipato). Una scadenza che Cameron usa come clava: mettere l’Europa con le spalle al muro per ottenere il massimo vantaggio, confidando sul fatto che questa, a torto o a ragione, vive la prospettiva di una fuoriuscita di Londra dal consesso comunitario  come una tragedia.

Il gioco di Cameron sta tutto qui: convincere l’Europa, anche in questo caso a torto o a ragione, che solo presentandosi al referendum con in mano larghe concessioni da parte di Bruxelles tale prospettiva può essere evitata.

Non si tratta di stigmatizzare la perfida Albione, la quale in fondo persegue i suoi interessi nazionali, né di esaltare le magnifiche sorti e progressive dell’Unione europea le cui distorsioni sono sotto gli occhi di tutti (vedi il caso Grecia). Si tratta però di evitare trappole derivanti da specifici interessi di bottega, che certo non aiuterebbero a sanare le attuali derive dell’Unione, anzi le accrescerebbero.

Da segnalare che la missiva britannica giunge in un momento alquanto delicato: finora la leadership dell’Europa è stata fermamente nelle mani di Angela Merkel, circostanza non certo ottimale per una comunità di Stati basata sulla condivisione dei destini.

E però il fatto che oggi la sua figura sia messa in discussione, come evidenzia la sconfessione della sua politica di accoglienza dei migranti da parte della stessa Germania, non è di buon auspicio per lo sviluppo dei negoziati con la Gran Bretagna.

Se Londra finora ha potuto perseguire con certo successo i propri obiettivi in Europa – a discapito della stessa Unione – è stato grazie alla debolezza e alle divisioni dei suoi interlocutori continentali.

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