Archivio Postille

10 novembre 2015

Aung Suu Kyi e la svolta del Mianmar

Aung Suu Kyi vince nelle prime elezioni libere che si tengono in Birmania (o Myanmar) da oltre 25 anni. Il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, ha ottenuto una larga vittoria e la maggioranza in Parlamento, anche se la Costituzione, stilata dai generali che hanno governato il Paese fino ad oggi, prevede che parte dei seggi siano ancora stabilmente nelle loro mani.

 

Una limitazione alla libertà e alla democrazia, certo, e però Thant Myint-U, storico e personaggio influente della nuova Birmania, interpellato da Marco Del Corona (Corriere della Sera del 9 novembre), ha affermato: «L’élite politica birmana ha mostrato una notevole abilità di trovare compromessi. I tentativi di chiudere un’esperienza autoritaria sono cominciati quasi contemporaneamente in Siria, Libia, Yemen e Birmania. Una rivoluzione emoziona ma riforme guidate dall’alto sono forse ben più sostenibili […] Nessuno nel 2009-10 si chiedeva cosa volessero fare i generali. Il cambiamento è stato così diverso da una rivolta popolare che per molti resta un miracolo» (Evitata la fine della Libia Le riforme dall’alto meglio delle rivoluzioni).

 

Una elezione che ha fatto il giro del mondo quella birmana, sia perché sembra possa riaprire le frontiere di una nazione che si era chiusa al mondo, ma anche per la storia personale della protagonista di tale svolta, quella Aung Suu Kyi che da icona dell’opposizione ha conosciuto per lungo tempo il carcere ed è divenuta una sorta di Nelson Mandela asiatica. Detto questo colpisce l’analisi di Myint-U, proprio perché fa intravedere quel che poteva accadere e non è accaduto: una corsa alla destabilizzazione di un Paese che ha certo peso nel quadro degli equilibri dell’Oriente.

 

Se è accaduto quel che lui definisce “miracolo” si deve alla lungimiranza della classe dirigente birmana, ma anche all’intelligenza di Suu Kyi, che in nome dell’interesse del suo popolo ha accettato il compromesso che le veniva offerto e ha cercato il dialogo anche con il potente vicino cinese per fugarne i timori circa i pericoli connessi a un’eventuale primavera birmana, foriera di destabilizzazione ai suoi confini.

 

Vedremo se questo equilibrio riuscirà a durare, stante anche che all’intorno spirano venti di tempesta generati dalla polarizzazione Cina-Giappone. Suu Kyi è chiamata a reggere il timone con saggezza: aprire ulteriormente il Paese al mondo in un cammino di riforme che allevino la povertà e attutiscano i conflitti a sfondo etnico che lo tormentano (anzitutto quello che vede vittime sacrificali gli islamici di etnia Rohingya).

 

Un compito al quale sarà chiamata tentando di tenere a freno le spinte centrifughe di quanti vorrebbero far saltare il compromesso raggiunto in nome dei valori liberal occidentali. Spinte che innescherebbero reazioni da parte di quell’élite che su Suu Kyi ha scommesso per uscire dall’angolo nel quale si era confinata da sola.