4 novembre

La Cina, la finanza e le manette

Sul Corriere della Sera del 4 novembre Guido Santevecchi dà notizia dell’arresto di Xu Xiang, «il più audace e misterioso finanziere» della Repubblica popolare cinese, il quale possiede «un patrimonio di due miliardi di euro, guadagnati giocando in Borsa con i suoi Hedge fund».

 

Spiega Santevecchi: «La specialità di Xu era di entrare con una quota di minoranza in aziende quotate in Borsa a Shangai, spingendo con vari sistemi più o meno leciti il titolo al rialzo, per rivendere subito realizzando grandi profitti».

 

L’uomo, che «è arrivato a gestire fondi di decine di miliardi di yuan», è stato accusato di insider trading, ma soprattutto di aver partecipato attivamente al crollo della Borsa di Shangai avvenuto questa estate (che in pochi giorni ha polverizzato i risparmi di milioni di cittadini cinesi).

 

Nota a margine. Riportiamo la notizia per due motivi. Il primo è politico. Con questo arresto eccellente  e spettacolare (per eseguirlo le autorità hanno chiuso per trenta minuti il ponte sulla baia di Hangzhou, il più lungo del mondo) la Cina ha dato un segnale per il futuro, avvertendo che non tollererà più i grandi giochi finanziari sulle spalle del suo popolo. E se è vero che è impossibile porre rimedio ai pericoli della finanza selvaggia, è sempre possibile rendere più difficoltoso il suo agire.

 

La seconda ci riguarda da vicino: in Occidente speculazioni del genere sono la norma. Con mezzi più o meno leciti, o meglio tutti leciti stante che nel settore finanziario vige la de-regulation, i grandi gestori della finanza internazionale distruggono patrimoni e risparmi, abbattono il valore delle monete senza dover rispondere di nulla a nessuno. Una totale impunità che è insieme conseguenza e premessa della preminenza della finanza sulla politica.

 

 

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