2 novembre

Erdogan e l’afasia dell’Occidente

«Utilizzando tutti gli strumenti del potere, anche i più spregiudicati, Recep Tayyp Erdogan ce l’ha fatta: nel nuovo Parlamento turco eletto ieri il capo dello Stato avrà la maggioranza assoluta e potrà forse rastrellare i seggi supplementari che gli servono a modificare la Costituzione e varare un presidenzialismo privo di validi contrappesi». Inizia così l’editoriale del Corriere della Sera del 2 novembre di Franco Venturini (Le colpe europee).

 

Nel suo articolo Venturini mette a fuoco il recente viaggio della Merkel in Turchia, spiegando che la Cancelliera ha intrapreso la via della realpolitik, accordando ad Ankara lucrosi finanziamenti e la promessa di un futuro ingresso in Europa in cambio di un freno ai flussi migratori che stanno investendo il Vecchio continente con esiti laceranti. Flussi dei quali, secondo Venturini, la «chiave» è appunto la Turchia. E forse dietro il dilagare di questo fenomeno, avvenuto dopo la diffusione dell’immagine del ritrovamento del corpo del piccolo Aylan presso una spiaggia turca, c’era anche questo sotteso ricatto, al quale l’Europa sembra aver ceduto.

 

Ma al di là della suggestione, di fatto la Germania, e con essa l’Europa, ha «segretamente tifato Erdogan», come sottolinea il cronista del Corriere, per ottenere quanto pattuito allora dalla Merkel. Per questo avrebbe chiuso gli occhi sulle derive autoritarie degli ultimi mesi, contraddistinti da attentati dai contorni inquietanti, da una stretta sulle opposizioni e dalla ripresa del conflitto con il Pkk.

Circostanze queste ultime che, secondo le opposizioni, hanno condizionato pesantemente le elezioni (accusa di difficile smentita).

 

Giustamente, quindi, secondo Venturini, sull’esito del voto di ieri l’Europa ha le sue responsabilità. Così come le hanno gli Stati Uniti, potremmo aggiungere, che hanno condiviso con Bruxelles l’indifferenza verso quanto accadeva nella penisola anatolica.

 

Certo, come abbiamo accennato altrove, Erdogan in passato è stato bravo a ribaltare le critiche esterne in chiave nazionalista, facendole passare come indebite ingerenze. Particolare che potrebbe aver suggerito alle cancellerie occidentali un atteggiamento di prudenza. Ma ciò non basta a spiegarne la totale “afasia”.

 

È probabile, infatti, che la comunità internazionale abbia evitato intromissioni anche per evitare una rottura definitiva con Erdogan, con il quale invece è costretta a trattare per porre fine all’annoso conflitto siriano (la pace non giungerà se non in un compromesso generale).

Da questo punto di vista la tempistica degli eventi è stata favorevole al presidente turco. Il vertice di Vienna, il primo vero passo per provare a uscire dall’impasse siriana, si è svolto proprio a ridosso delle elezioni: una impuntatura di Erdogan avrebbe fatto saltare tutto. Da qui certo potere di ricatto.

 

Meno confessabile, ma altrettanto reale, è invece la motivazione che vede la Turchia rappresentare un tassello fondamentale della presenza Nato in Medio Oriente: cosa che assume importanza sia relativamente alla macchina bellica occidentale che orbita attorno alla crisi siriana, sia, a più ampio raggio, con riguardo al contenimento dell’influenza russa nella regione, che proprio il conflitto siriano ha rilanciato.

 

Resta da capire cosa comporterà la vittoria elettorale di Erdogan per il difficile rebus damasceno: il presidente turco potrebbe accettare un compromesso sulla Siria per concentrare la sua attenzione sulla riforma dello Stato e rilanciare in altro modo il suo antico sogno neo-ottomano; invece, scenario più cupo e più probabile, potrebbe gettare il peso di questa vittoria sul piatto della bilancia, sbilanciando ancora di più una situazione fin troppo destabilizzata.

 

La politica di Erdogan riguardo il conflitto siriano è stata finora improntata all’ambiguità. Molto probabile, quindi, che oscillerà tra questi due poli (dove l’apparente disponibilità alla trattativa si accompagnerà a una reale assertività nel teatro di guerra),  perseverando così sulla via dell’ambiguità per ottenere (allungando i tempi del negoziato o contribuendo a un suo eventuale fallimento) ulteriori vantaggi.

 

Comunque, anche al di là delle problematiche siriane, il fatto che uno Stato così importante per gli equilibri internazionali, sia per la sua rilevanza geopolitica che per la sua imponente macchina bellica, sia preda a derive autoritarie non lascia molto tranquilli.

Speriamo di non dover rimpiangere la prudenza (o la connivenza) usata dalla comunità internazionale in questa circostanza.

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