2 novembre

Edouard Manet, Le balcon

Edouard_Manet_016Alla mostra romana con i capolavori del  Musée d’Orsay è presente uno straordinario quadro di Edouard Manet: è Le balcon, una grande tela dipinta nel 1863. La scena è molto semplice: due giovani signore se ne stanno vestite di bianco su un balcone, non si sa se per vedere o se per farsi vedere. Dietro di loro un uomo, anche lui con vestito da grandi occasioni, spunta dal buio della stanza.

 

La prima cosa da notare di questo quadro sono i rapporti geometrici con cui è stato costruito. Manet, con il riquadro nero della stanza evoca una tela all’interno della tela. Attorno, le persiane e lo stipite incorniciano questa seconda tela con motivi perfettamente perpendicolari. Il balcone taglia orizzontalmente la tela, mantenendo la costante del verde. La ringhiera rompe l’equilibrio serrato delle perpendicolari con le traverse incrociate.

 

Sono tutti motivi che potrebbero essere stati generati dal cervello di un artista astratto. Ma siamo a metà ‘800 e l’astrazione nella pittura affiorerà sessant’anni dopo. È una costruzione complessa, forte, evidentemente studiata: che dovrebbe annunciarci qualcosa di grande che questa tela vuole dirci.

 

Veniamo ora ai tre personaggi. Sembrano librarsi nel vuoto (guardate il piede della seconda ragazza che non s’appoggia bene al suolo), in una sequenza prospettica improbabile. Colpisce il contrasto tra le due donne completamente vestite di bianco e l’uomo con il vestito  nero. Le donne osservano, l’uomo sembra invece avanzare, per uscire dal cono buio della stanza.

 

Manet non è un pittore che fa le cose d’istinto come accadeva agli impressionisti. Lui non fu affatto impressionista, tant’è vero che non espose mai con il gruppo. Si riteneva un classico e guardava a loro con malcelata superiorità come a degli improvvisatori della pittura. I suoi quadri si generano invece da idee che attingono dal profondo anche se si vestono poi di apparente banalità. Come in questo caso.

 

Quindi, sempre con Manet bisogna andare a caccia della vera matrice di un’opera. In questo caso Michel Foucault, il grande pensatore francese che scrisse una piccola quanto geniale riflessione su Manet, individuò una matrice sorprendente: disse che in questa tela Manet rielaborò il modello della Resurrezione di Lazzaro.

 

Lo schema, infatti, è quello delle due donne e dell’uomo che esce dal buio. Il nero inquadrato della stanza sarebbe l’equivalente del sepolcro: un nero innaturale, perché sembra reso impermeabile alla luce forte, da mezzogiorno estivo, che pur bombarda la tela. Il fulgore bianco dell’abito delle facenti funzione di Marta e Maria, indica, all’opposto, il soprassalto luminoso della vita che ritorna.

 

Non si potrà mai sapere se un simile pensiero abbia sfiorato Manet. Ma quel che conta è oggi guardare questo quadro in relazione alla sua possibile matrice. Capire che un’immagine grande non nasce mai per caso, ma si appoggia sempre sull’elaborazione di un’esperienza profonda e molto più che individuale. Ovviamente questo è ciò che distingue un artista grande da un artista normale. E Manet fa senz’altro parte della prima categoria.

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