Spiragli

18 settembre 2015

La Fed: tanto rumore per nulla

Gianni Di Noia

Da mesi il mondo attendeva con il fiato sospeso la decisione del board della Federal Reserve americana, interrogandosi sulle decisioni che avrebbe preso e sulle conseguenze di un possibile, quasi scontato per tanti analisti, rialzo dei tassi.

 

E invece la Fed ha deciso tutt’altro, optando per il mantenimento dei tassi ai minimi dello 0-0,25%. La linea prudente ed attendista è stata motivata dai dati contrastanti dell’economia americana che indicano una ripresa ma non abbastanza stabile.

Una decisione che riporta in una luce più realistica la situazione dell’economia mondiale.

 

Le turbolenze estive dei mercati finanziari erano state addebitate al rallentamento dell’economia cinese, con grandi timori di contagio globale che avrebbe colpito prima i Paesi emergenti e poi le economie occidentali.

I dati reali ci mostrano una realtà diversa.

 

Il crollo della Borsa cinese rappresenta lo sgonfiarsi (previsto e probabilmente ineluttabile) di una Borsa che però ancora oggi vanta una crescita del 33% rispetto all’anno precedente, con un’economia che viaggia ad una velocità tripla rispetto a quella statunitense.

 

Così le difficoltà dell’economia cinese, improntata per lo più alla produzione ed esportazione di beni e servizi, sembrano più dovute al calo della domanda da parte delle economie avanzate occidentali che non a cause endogene.

 

Il clamore del crollo cinese, inoltre, ha temporaneamente nascosto importanti fuoriuscite di capitali dal Giappone che, passate sotto silenzio, hanno solo anticipato il downgrade del rating da parte dell’agenzia Standard & Poor’s da AA- ad A+. A motivare la decisione dell’Agenzia i dubbi sulla sostenibilità dei dati economici. Dubbi non fugati dall’interventismo record della banca centrale giapponese, che ha imboccato in maniera massiccia la via del Quantitative easing.

 

Una situazione che conferma quanto già espresso in passato circa l’inutilità e l’inefficacia delle politiche di stimoli monetari da parte delle banche centrali americana, europea e giapponese che dopo sei anni non danno ancora frutti.

 

Appare ancora più interessante la novità emersa dal resoconto della riunione del board della FEDda cui risulta che in barba alle aspettative di futuri rialzi dei tassi, un componente prevede tassi negativi alla prossima riunione di dicembre.

 

A questo punto i riflettori sono puntati sulle prossime elezioni greche e sulla ben più importante scadenza del 30 settembre. Per quella data il Congresso americano dovrà approvare l’accordo sul bilancio federale che preveda l’aumento del tetto al debito pubblico (giunto nel frattempo al 103% rispetto al Pil), senza il quale scatterà il taglio automatico della spesa pubblica con la riduzione di molti servizi essenziali per i cittadini americani. È evidente che tale vicenda avrà ripercussioni globali, da qui la sua importanza.

Si prospetta un autunno decisamente movimentato.