4 settembre

Deportati (o dei migranti)

Paolo Mattei

migranti3Deportee” significa profugo, espulso, deportato, nome comune di persona privata del nome proprio. Ed è anche il titolo di questa canzone, nonché la parola che ne chiude amaramente ogni ritornello. Il testo è opera di Woody Guthrie, celebre songwriter statunitense del secolo scorso (1912-1967).

Ispirati alla tragica morte di ventotto braccianti stagionali messicani – ventotto “deportees” periti in un incidente aereo il 28 gennaio del 1948 nei pressi di Los Gatos Canyon, in California, durante il rimpatrio coatto dovuto alla scadenza del loro permesso di soggiorno negli States –, i versi desolati di Guthrie furono musicati da un insegnante, Martin Hoffman, una decina di anni dopo la loro stesura.

I quotidiani e le stazioni radiofoniche che diffusero la notizia del disastro aereo non divulgarono le generalità delle vittime, limitandosi a definirle “deportees”. Guthrie allora scelse per tutti quei dimenticati alcuni nomi simbolici: Juan, Rosalita, Jesús, María.

Suggestivi gli ultimi due, appartenuti a una madre e a un figlio anch’essi profughi, in Palestina, circa duemila anni prima.

Ecco una versione live di questo bellissimo pezzo (interpretato negli anni da moltissimi artisti americani, come, tra gli altri, Pete Seeger, Bruce Springsteen, Odetta) realizzata dalle chitarre e dalle voci di Bob Dylan e Joan Baez in un memorabile tour del 1975.

Di seguito la traduzione della canzone a cura di Franco Senia, che si può ascoltare cliccando qui.

La raccolta è terminata

e le pesche stanno già marcendo

Le arance sono stipate nei loro depositi

sotto conservante

Stanno per essere riportati in aereo

oltre il confine col Messico

dove spenderanno di nuovo tutti i loro soldi

per poterlo riattraversare.

Addio Juan, addio Rosalita,

Adiós mis amigos Jesús e María.

Sarete privati perfino dei vostri nomi quando salirete sull’aereo.

Vi chiameranno soltanto deportati

Mio nonno, lui guadò a fatica il fiume,

gli portarono via i risparmi di tutta una vita

I miei fratelli e le mie sorelle arrivarono per lavorare nei frutteti,

continuarono a tirare la carretta finché non caddero e morirono.

Alcuni di noi vengono chiamati clandestini, altri indesiderati.

Il nostro contratto di lavoro è scaduto e ce ne dobbiamo andare.

Seicento miglia fino al confine messicano,

ci danno la caccia come se fossimo banditi, fuorilegge, ladri.

Siamo morti sulle vostre colline, morti nei vostri deserti,

siamo morti nelle vostre valli, morti nelle vostre pianure,

siamo morti ai piedi dei vostri alberi, morti nelle vostre foreste,

lungo le due sponde del fiume, siamo morti alla stessa maniera.

Il motore dell’areo si incendiò sopra il canyon di Los Gatos,

balenò come una meteora e fece tremare le colline.

Chi sono tutti questi amici, sparsi tutt’intorno come foglie secche?

La radio ha detto che erano solo dei deportati.

È questo il modo migliore di coltivare i nostri orti?

È questo il modo migliore di coltivare i nostri frutteti?

Cadere come foglie secche per concimare il terreno?

E non essere chiamati con nessun nome eccetto deportati?

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