8 agosto

I cosiddetti ribelli siriani e al Nusra

Al-Nusra_Front_fighters,_SyriaLa “Divisione 30“, che nei progetti dell’amministrazione Usa dovrebbe garantire a terra il contrasto delle milizie jihadiste che scorrazzano in Siria e andare a presidiare la safe-zone ai confini turchi, fa le bizze. Nata in «un campo di addestramento in Turchia», conta 54 combattenti dei 1500 previsti, come spiega un articolo di Maurizio Molinari pubblicato sulla Stampa dell’8 agosto.

Pochi uomini e male in arnese, il cui controllo da parte degli americani sta risultando, come da previsioni, problematico.

La prima criticità, rivela Molinari, si è rivelata dopo il primo vero combattimento sostenuto dall’unità che, attaccata dai miliziani di al Nusra, ha subito pesanti perdite. Sconfitta della quale la “Divisione 30” incolpa gli alleati Usa, i quali avrebbero inviato troppo tardi il fuoco di copertura. Una débacle alla quale è seguito un comunicato dei miliziani filo-Usa, nel quale si legge: «Non siamo venuti in Siria per combattere contro al Nusra, ma solo contro l’Isis e il regime di Bashar el Assad». Non solo, nel comunicato «ciò che resta della Divisione 30 afferma di “essere contrario ai raid della coalizione contro gli obiettivi di al Nusra perché non sono nostri nemici”».

Titolo articolo: “I ribelli siriani contro gli Usa ‘Non combattiamo contro al Qaeda’”.

Nota a margine. Colpiscono anzitutto i numeri riportati da Molinari, che denotano un’operazione basata su una sorta di armata brancaleone. D’altronde i numeri dei cosiddetti ribelli siriani originali (ovvero made in Siria) hanno sempre avuto la consistenza di un prefisso telefonico, amplificato dalla propaganda (ripresa acriticamente dai media occidentali) per creare l’immagine di un popolo in lotta contro un regime dittatoriale. In realtà la manodopera usata in questo mattatoio è quasi tutta straniera.

Colpisce ovviamente anche quel che si prefigura come una “santa alleanza” tra le truppe addestrate e armate dalla Nato con al Nusra. Collegata ad al Qaeda, questa organizzazione criminale ha compiuto molteplici crimini efferati in Siria, come e più dell’Isis. Né si può obliare il fatto che il contrasto ad al Qaeda, dopo l’11 settembre, è stato alla base delle iniziative militari americane (e alleati) in Afghanistan e Iraq (e altrove). Tanta confusione sotto il cielo, alla quale si aggiunge il fatto che al Nusra da sempre ha goduto del sostegno occulto della Turchia, paese che ha fortemente voluto aprire questa nuova campagna militare siriana.

Forse è vero quel che scrive Molinari, che l’amministrazione Usa sta rischiando l’onta di una nuova Baia dei porci (l’operazione anti-castrista naufragata nell’omonimo specchio d’acqua), ma a preoccupare in questo caso, più che l’approssimazione dell’apparato militare degli Stati Uniti, sono le troppe ambiguità che circondano questa nuova campagna anti-Isis, che rischiano di complicare più che sbrogliare una matassa fin troppo ingarbugliata (e insanguinata).

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