Mondo

8 agosto 2015

Trump, Perot e le presidenziali Usa

Il ciclone Trump si è abbattuto sulle elezioni presidenziali Usa. Ricco, ricchissimo, l’uomo d’affari candidato alle primarie dei repubblicani vola nei sondaggi nonostante le sue gaffe e la brutalità espressiva, che anzi gli stanno guadagnando simpatie popolari. Anche in America l’anti-politica vuole la sua parte. Interessante il commento di Federico Rampini sulla Repubblica dell’8 agosto, che ha scritto: «Se non mi scegliete come candidato repubblicano, potrei correre da indipendente. Lo annuncia il magnate immobiliare Donald Trump. È la vera “bomba” del primo dibattito televisivo nella sfida per la nomination. La minaccia Trump – per ora in testa ai sondaggi tra i repubblicani – getta lo scompiglio a destra».

 

«L’establishement del partito lo teme e lo disprezza, ma ora deve vedersela con questo scenario. Una terza candidatura da indipendente potrebbe dirottare su Trump voti preziosi per garantire la vittoria a Hillary Clinton. Ripetendo quel che accadde a suo marito Bill: conquistò la Casa Bianca per la prima volta nel 1992 grazie al “disturbatore” Ross Perot, anche lui un businessman, un indipendente che rubò voti decisivi a George Bush padre».

Titolo articolo: “Minacce, gaffe e insulti alle donne Trump superstar vola nei sondaggi”.

 

 

Nota a margine. L’annuncio di Trump, che esplicita quanto era chiaro da tempo, è la prima vera novità politica di questa campagna elettorale, che si annuncia più importante e drammatica di altre: il mondo vive un equilibrio precario e la spinta conflittuale che abita il Medio Oriente e i rapporti Occidente-Oriente (confronto con la Russia, competizione-contenimento dell’espansionismo cinese) meriterebbero un imperatore all’altezza.

 

La variabile Trump, che ad oggi sembra difficilmente eleggibile (ma domani chissà) perché spaventa moderati e sinistra,  appare così il primo punto messo a segno da Hillary Clinton, che da anni attende la Casa Bianca. Certo, la Clinton deve fare i conti con i fantasmi del passato: i punti oscuri della strage di Bengasi, dove morì il console Usa, e altro legato alle sue mail personali sulle quali indagano una Commissione d’inchiesta e i media Usa. Incognite che potrebbero affaticarne la corsa. 

Probabile che alla prima variante di questo gioco al massacro ne seguano altre, manca tempo alla fase decisiva, ma ad oggi resta lei la favorita. A volte è un vantaggio, altre volte, come le è capitato puntualmente nelle passate competizioni presidenziali, può non esserlo. Vedremo.