7 agosto

Mannarino e l’apparizione del bar della rabbia

Claudio Perini

Maputo-21-Giugno-2005Storia di un’apparizione: così vorremmo definire “Il bar della rabbia” (“Bar della rabbia”, 2009 – Leave Music) del poeta e cantautore romano Alessandro Mannarino, qui al suo esordio discografico.

Su una musica povera e popolare, fatta di due semplici accordi che si rifanno allo stornello romanesco, Mannarino, le cui radici affondano nel popolare quartiere di San Basilio, impianta la sua poetica diretta ed evocativa.
“Me so magnato er fegato” diceva Gigi Proietti quarant’anni fa in una delle sue canzoni più fortunate; “Tanto pe’ cantà” rispondeva Nino Manfredi un anno dopo nella sua celebre rivisitazione di uno storico componimento di Ettore Petrolini risalente agli anni ’30. Musicalmente siamo ancora lì: non ci siamo mossi dallo stornello in due tempi, accompagnato da una chitarra e qualche bicchiere di vino.

Quello che rende potente e nuova la scrittura di Mannarino è il riscatto dell’uomo – inconsapevole, anzi incosciente – dalle cose meramente terrene e “ruspanti” tanto care ai romani, o forse a una certa idea che si ha dei romani: amanti del vino, delle donne, portatori sani di indolenza congenita, di menefreghismo, vittimismo, furbizia autoindulgente, magari condita qua e là da un serpeggiante senso di cinica quanto ironica rinuncia.

Quel romano che spesso è rappresentato in modo caricaturale al cinema e in musica, che “capisce” e “sa”, ma semplicemente rinuncia svogliatamente ad approcciare le cose del mondo. E, con distacco ironico, sbuffando, se ne allontana.
Ecco invece che nella canzone di Mannarino succede qualcosa che cambia tutto: il distaccato cinismo del racconto viene infranto da un accadimento, un qualcosa che irrompe d’improvviso: «Ma mò che viene sera e c’è il tramonto io nun me guardo ‘ndietro… guardo er vento. Quattro ragazzini hanno fatto ‘n’astronave con ‘n po’ de spazzatura vicino ai secchioni […] Ma guarda te co’ quanta cura se fanno la fantasia de st’avventura…».

Questi bambini con il loro giocattolo tirato su dall’immondizia “salvano”, in qualche modo, un mondo condannato a un cinico, quanto lucido, disinteresse. E la condizione dell’uomo muta da una posizione di stallo, di rinuncia “alla romana” appunto, a quella di stupore. «Me mozzico le labbra me cullo che me tremano le gambe de paura», canta Mannarino.

Così basta un misero squarcio di pura Bellezza rubata alle tenebre, che si svela a chi sa riconoscerla in mezzo ai bidoni e agli scarti di una povertà solo apparente, per far “tremare le gambe” a chi guarda stupito – un lagnoso ubriacone -, al quale viene regalato un assoluto impalpabile, impossibile da abbracciare e comprendere al contempo.

Niente di più comodo allora, per il romano, che bollare tutto come l’ennesima “fregatura”, anche se “bella” (meglio, “che bella sta bella fregatura”). Ma quel romano ora “sa”. E brinda a chi è come lui, al bar della rabbia, assetato di una sete che non si placa.

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