Note di Sport

30 luglio 2015

Monaco 1972: i tre secondi più lunghi della storia delle Olimpiadi

Le Olimpiadi di Monaco del 1972 sono ricordate per due eventi: una tragedia e un record sportivo di portata storica.

Il primo è noto a tutti. Il 5 settembre l’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero irrompe nel Villaggio Olimpico, negli alloggi della squadra israeliana, e, dopo averne uccisi due, prende in ostaggio altri nove atleti. Il tentativo di liberarli della polizia tedesca porterà alla morte di tutti gli ostaggi, di cinque terroristi e di un poliziotto.

 

È la prima volta che il sangue bagna tragicamente e direttamente i giochi, violando nel cuore della competizione la pax olimpica.  Per la verità la storia dei giochi aveva conosciuto altro sangue e proprio in occasione della precedente Olimpiade: il 2 ottobre del ’68, alcuni giorni prima del suo inizio (fissato per il 12), in Piazza delle Tre Culture, a Tlatelolco,  Città del Messico, dopo una lunga stagione di scontri di piazza e proteste, le forze di polizia e governative aprirono il fuoco su studenti e famiglie là riuniti. Il massacro, iniziato al tramonto, continuerà tutta la notte e il numero dei morti non sarà mai precisato. Alcune fonti parlano addirittura di 300 vittime.

 

Ma Monaco è storia diversa: sono i giochi olimpici ad essere direttamente coinvolti e colpiti duramente. L’allora Presidente del Comitato Olimpico, il controverso Avery Brundage, nonostante molte posizioni contrarie, decide che i giochi devono continuare, dopo l’unica giornata di sospensione del 5 settembre.

La XXª Olimpiade è ricordata anche per il record del nuotatore statunitense, di origini ebraiche, Mark Spitz, che vinse, primo nella storia, sette medaglie d’oro in un’unica edizione dei giochi. Il suo record sarà battuto soltanto nel 2008, a Pechino, da uno straordinario Michael Phelps.

 

Ma oggi vogliamo raccontare un’altra medaglia di quei giochi, forse meno nota ma certamente non meno affascinante dei sette ori di Spitz. Il 9 settembre 1972 è in programma la finale olimpica del torneo di basket: la sfida, in piena guerra fredda, vede il confronto USA – URSS. La finale arriva subito dopo la sconfitta, nel torneo mondiale di scacchi, di Boris Spassky da parte di Bobby Fisher. Uno smacco per i sovietici, maestri da sempre sulla scacchiera.

 

Gli Usa, sin dalle olimpiadi di Berlino del 1936, da quando è presente ai giochi olimpici il torneo di pallacanestro, non solo non hanno mai perso la medaglia d’oro, ma non hanno mai perso una partita delle 63 giocate.

Questa volta, però, forse per la prima volta, non sembrano favoriti. Gli statunitensi, non potendo schierare atleti professionisti, portano ai giochi cestisti universitari, che non hanno mai giocato insieme e poco si conoscono.

 

I sovietici, al contrario, schierano un team espertissimo (con veri fuoriclasse come Sergej Belov), composto da giocatori che hanno vinto tutto il possibile in Europa. Sono dilettanti, ma solo sulla carta.

L’avvio della finale è tutto sovietico, ma alla fine del primo tempo, nonostante la compattezza dello squadrone russo, gli statunitensi rimangono in partita: 21-26. L’equilibrio viene rotto quando due tra i migliori giocatori americani sono costretti a lasciare il gioco: Dwight Jones viene espulso, a seguito di un’astuta provocazione di Ivan Dvornij entrato per innervosire gli avversari, e Jim Brewer esce per infortunio.

 

La squadra sovietica martella gli avversari, ma proprio quando la finale sembra già decisa, gli americani, che non vogliono assolutamente perdere per la prima volta la medaglia d’oro, si fanno sotto. A meno di un minuto dalla fine il risultato è 49-48 per i sovietici. Un fallo a tre secondi dalle fine porta a due tiri liberi in favore degli Usa, che mettono dentro due volte la palla capovolgendo il risultato: 50-49 per loro.

 

Quello che accade dopo fa parte del mito dei giochi.  La palla è in mano ai russi. Gli arbitri fermano il gioco, per una protesta della panchina sovietica dovuta alla mancata concessione di un time-out. Ed il cronometro viene riportato per una prima volta a – 3 secondi. L’URSS rimette la palla per la seconda volta e contemporaneamente il tabellone, evidentemente non resettato, suona la fine. Gli americani festeggiano ed i sovietici protestano. Gli arbitri decidono ancora una volta di riportare il tabellone a -3 secondi, stavolta tra le proteste americane.

 

I sovietici rimettono ancora una volta la palla in gioco. Si tratta di un lancio lunghissimo per Belov, che salta più alto di tutti, agguanta la palla e segna un canestro storico. Gli americani protestano vibratamente, ma la vittoria è assegnata. È la prima volta che perdono una medaglia d’oro nel basket. La partita ha un coda polemica: gli Stati Uniti inoltrano un ricorso che però è respinto. Non rassegnati, si rifiutano di salire sul podio, che li vedrebbe stazionare su un gradino a loro sconosciuto. Accetteranno quella medaglia solo decenni dopo.

 

Alexander Belov è l’eroe del torneo. Ma la sua vita non sarà così fortunata come quel giorno. Morirà di tumore, a soli 26 anni, il 3 ottobre 1978. Una morte circondata dal mistero. Pare che sia morto in carcere, per un’accusa di contrabbando di jeans americani. Avrebbe voluto giocare negli Stati Uniti, ma il Comitato centrale del Partito Comunista gli aveva negato il visto.

Dal 1º marzo 2007 il suo nome è scritto nella Hall of Fame della FIBA, insieme a tutti gli altri grandi di questo sport.