28 luglio 2015

Io sono l'inganno: Battisti e il "Don Giovanni"

di Claudio Perini

312fcdeNel 1986 Lucio Battisti, cantautore pop, consegna alle stampe un’opera decisamente innovativa e controversa.
Si tratta di Don Giovanni, un disco che inaugura la cosiddetta “fase elettronica” di Battisti, fase che durerà dieci anni – e cinque dischi – fino alla prematura scomparsa dell’artista.
Per i testi Lucio si affida al poeta romano Pasquale Panella, il cui sardonico ed enigmatico surrealismo, che costringe spesso a prendere carta e penna per risolverne i rebus lessicali proposti, si sposa perfettamente col nuovo corso artistico intrapreso dal nostro.

Fuori Mogol – silurato già per il disco precedente, “E già” – e le sue bionde trecce, le acque azzurre e i mari neri: basta canzone leggera insomma. Anche se Mogol non fu solo questo: basti pensare a testi introspettivi e densissimi come “i giardini di marzo”, “pensieri e parole”, o ai tentativi di rinnovamento su “una donna per amico” e “una giornata uggiosa”.
Tuttavia la scrittura di Mogol, che è una scrittura “classica”, resta indietro rispetto a quella di Battisti, arranca e impietrisce davanti alle nuove sonorità che esigono una poetica meno “detta”, che confonda l’ascoltatore suggerendogli un mondo probabile ma inesistente, fatto di ironici cortocircuiti logici e “parole in libertà”, secondo la modalità futurista. “Io sono l’inganno”, appunto.
“Che ozio nella tournée, di mai più tornare / nell’intronata routine, del cantar leggero”, recita Panella nella traccia omonima dell’opera. E ancora: “Io penso quindi tu sei: questo mi conquista / l’artista non sono io, sono il suo fumista”, tradendo un certo gusto per il modernismo.

Battisti, di suo, aggiunge un utilizzo furioso dell’elettronica e del computer, loop di stampo danzereccio mischiati a quartetti d’archi retrò e melodie sognanti, spalancando un abisso del tutto inedito nel panorama musicale italiano. La critica – come prevedibile – è feroce con Lucio: lo accusa di freddezza, di snobismo, di cripticità. Vuole indietro il “suo” Battisti.
A dispetto della critica, la singolare e potente coppia creativa va per la sua strada, rivelando un’attenzione nuova per le  cose umane e quotidiane, osservate e decodificate in maniera del tutto diversa dalla linearità del passato: «In nessun luogo andai, per niente ti pensai, e nulla ti mandai per mio ricordo» (“Le cose che pensano”, Don Giovanni).

Parodiando la tipica svogliata frase da cartolina, Panella e Battisti ne spediscono una, come si fa da un paese lontano: una cartolina dal nulla, indirizzata a un’Italia che in quegli anni ’80 vede la creazione musicale persa nel buio.

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