28 luglio

Vincent Van Gogh, Iris viola

fotoSino al 17 agosto al Metropolitan di New York è aperta una piccola mostra che è un vero “colpo al cuore”: sono stati radunati infatti i quattro quadri con mazzi di fiori che Van Gogh dipinse agli inizi di maggio del 1890, mentre era ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Saint-Remy in Provenza. Si tratta di due quadri con degli Iris e due con delle rose provenzali, quelle chiamate “cento petali”.

Siamo agli sgoccioli della permanenza di Van Gogh nel sud della Francia e alla vigilia del suo ultimo viaggio verso Auvers sur Oise, dove nel luglio di quello stesso anno si sarebbe tolto la vita. Della realizzazione di queste tele Van Gogh dà conto puntuale in due lettere spedite al fratello Theo rispettivamente l’11 e il 13 maggio, le ultime scritte dal Sud.

Quando si guardano i quadri di Van Gogh, in genere si stabilisce subito una correlazione forzata con la sua biografia. Ma se noi non conoscessimo nulla della vita dell’uomo che ha dipinto questi Iris su fondo giallo, difficilmente penseremmo che possano essere opera di un uomo che di lì a due mesi si sarebbe tolto la vita. Per capire Van Gogh invece, a volte, bisognerebbe dimenticare Van Gogh.

In questo caso ci troviamo davanti ad un quadro che investe il nostro sguardo per una dimensione di strabordante bellezza. Non c’è ansia, non c’è problematicità in un quadro come questo. Semmai c’è una coscienza che sa arrivare al reale lasciandosi mettere a nudo, che non oppone difese neanche di fronte a questo “troppo” con cui il reale si palesa.

Van Gogh qui ci dà prova di una spiazzante asimmetria: usa il giallo e il viola, due colori complementari, ma ribaltandone le funzioni. Perché il viola degli iris alla fine risulta essere più luminoso e abbagliante dello stesso giallo. I quadri di Van Gogh sembrano essere sempre dipinti alla luce di un sole sfolgorante, liberato da ogni condizionamento atmosferico. In questo caso la funzione del sole, cioè la funzione di “accensione” della pittura, è svolta dal suo elemento complementare, cioè gli Iris.

È quella libertà vitale con cui occupano lo spazio della tela il fattore che “incendia” il dipinto. Sullo sfondo infatti le pennellate registrano il turbamento del giallo davanti all’onda d’urto di tanta prepotente bellezza. Ci si può chiedere come un artista che sapesse vedere in questo modo la realtà potesse due mesi dopo togliersi la vita. Non ci sono ovviamente risposte. Ma ci si può solo immaginare lo struggimento che prende il cuore di un uomo dopo aver dipinto un quadro così: si è spinto così avanti sulla soglia del mistero da restare investito da una nostalgia che non gli dà pace.

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