29 aprile 2015

I giorni di santa Caterina a Roma

di Pina Baglioni

caterina da sienaTra Castel Sant’Angelo e piazza San Pietro, poco prima di via della Conciliazione, ecco la bellissima statua di Caterina da Siena con il volto rivolto verso la Basilica vaticana. Qui, ogni 29 aprile, giorno della sua festa liturgica, il Comune di Roma depone fiori in onore della santa senese, compatrona di Roma insieme con i santi martiri Pietro e Paolo. Realizzata nel 1962 dallo scultore Francesco Messina, l’opera fa memoria degli ultimi giorni di vita di Caterina, che dal 1378  si era stabilita nella città eterna.

A partire dal mese di febbraio del 1378, infatti, quasi fino al giorno della sua morte, avvenuta il 29 aprile di due anni dopo, spossata dalla malattia, dai digiuni e dal dolore per la drammatica situazione in cui versava la Chiesa, Caterina si trascinava al sepolcro di Pietro per implorare il miracolo della fine dello Scisma d’Occidente. «Quando è l’ora di terza, e io mi levo dalla messa,  e voi vedreste andare una morta a Santo Pietro» scrive (Epistolario, Lettera 373) «ed entro di nuovo a lavorare nella navicella della santa Chiesa. Ine me sto così infino all’ora del vespero; e di quello luogo non vorrei escire né dì né notte, infine che io non veggo un poco fermato e stabilito questo popolo col padre loro. Questo corpo sta senza veruno cibo, eziandio senza la gocciola dell’acqua; con tanti dolci tormenti corporali, quanto io portassi mai per verun tempo in tanto che per un pelo ci stia la vita mia… mi pare che questo tempo io il debba confermare con un nuovo martirio nella dolcezza dell’anima mia, cioè nella santa Chiesa».

Quando muore Caterina ha trentatré anni, tutti trascorsi in tenera confidenza con il Signore. Tra i tanti doni divini ricevuti sin dalla più tenera età,  un’intelligenza delle cose di Dio tanto profonda da tener testa a papi, cardinali, teologi, re e regine. Da totale analfabeta qual era, interloquì con i potenti, in difesa del papato, oltre che personalmente, soprattutto attraverso lettere dettate ai suoi amici, che avrebbero prodotto quel capolavoro di teologia e di “diplomazia” ecclesiastica che è l’Epistolario, oltre al Dialogo e le Orazioni.

Alle preghiere di Caterina fu attribuita la vittoria della Compagnia di San Giorgio sulle truppe bretoni dell’antipapa presso Marino e la conseguente resa di Castel Sant’Angelo, dove si erano asserragliati i partigiani di Clemente VII.

«Indocta docuit» e «praeclara doctrina exelluit»: in questo modo papa Giovanni XXIII scolpì la straordinaria immagine della santa, confermando la stima che i pontefici romani, fin da quelli a lei contemporanei, avevano manifestato per l’angelo del papato.

L’angelo del papato

Nata a Siena nel rione di Fontebranda, Contrada dell’Oca, la domenica delle Palme del 25 marzo del 1347, era la ventiquattresima figlia di Jacopo Benincasa, tintore, e di Lapa de’ Piagenti.

A soli sei anni, la piccola Benincasa ha la sua prima visione: Gesù, con i simboli del papato, le si manifesta al di sopra della chiesa di San Domenico. E solo qualche anno dopo, spinta dai genitori al matrimonio, si oppone rinchiudendosi nella sua stanza e rifiutando il cibo: il suo desiderio è quello di donarsi totalmente al Signore. Suo padre, comprendendo la profondità della vocazione della figlia, alla fine capitola, e nel 1363, la ragazza veste finalmente l’abito delle Sorelle della Penitenza del beato Domenico, dette anche “mantellate” per via del mantello nero.

Caterina non entra in monastero, desidera spendersi per l’assistenza ai malati negli ospedali di Siena, al soccorso dei poveri e a quanti hanno bisogno di aiuto. Pian piano si vanno raccogliendo attorno a lei un gruppo di discepoli: uomini, donne, ecclesiastici, religiosi e laici attratti dalla sua santità e dalla sua gioia. Tanto che il gruppo di amici sarà ben presto definito dai senesi come «l’allegra brigata».

È del 1374 il suo primo viaggio a Firenze, dove fa nuovi discepoli. La vediamo, poi,  a Pisa e a Lucca, decisa a distogliere i reggitori delle due città ad aderire alla lega antipapale. E il 1° aprile del 1375, a Pisa, la giovane riceve le stimmate della passione di Cristo.

In quello stesso anno ha inizio la sua pressione epistolare su papa Gregorio XI affinché ristabilisca la sede papale da Avignone a Roma dopo settant’anni di assenza. E sempre in quel periodo, si prodiga per riconciliare la città di Firenze colpita dall’interdetto con il papato. Il 18 giugno del 1376 va lei stessa ad Avignone, ma la missione in favore di Firenze fallisce. In compenso riesce ad ottenere qualcosa di immensamente più importante: il ritorno della Santa Sede a Roma: il 13 settembre del 1376 Gregorio XI con la corte papale e Caterina con i suoi discepoli lasciano Avignone. Finalmente, dopo un lungo viaggio ostacolato dal maltempo e da contrasti umani, il 17 gennaio del 1377 Gregorio XI entra nell’urbe, accolto dal popolo con manifestazioni di esultanza. Caterina non segue il pontefice a Roma, e se ne torna a Siena.

Alla fine del 1377 Gregorio XI chiede ancora una volta a Caterina di riprendere le trattative di pace con Firenze. Ma di lì a poco il pontefice muore e sale al soglio pontificio Urbano VI.

Caterina e lo Scisma d’Occidente

Appena eletto, Urbano VI, intenzionato a riformare la Chiesa in maniera energica, si è fatto subito molti nemici, specialmente tra i cardinali francesi che nel collegio cardinalizio costituiscono la stragrande maggioranza. Questi, riunitisi a Fondi il 20 settembre del 1378, eleggono l’antipapa Roberto da Ginevra che prende il nome di Clemente VII. Ha così inizio lo Scisma d’Occidente che si protrarrà fino al 1417, e che terrà la cristianità divisa tra due, e talvolta tre obbedienze.

A difesa della Chiesa contro gli scismatici seguaci dell’antipapa Clemente VII, Urbano VI, a Roma,  raduna intorno a sé personalità eminenti per santità di vita e fedeltà a santa romana Chiesa.

Tra questi, Caterina da Siena, che giunge nella Città Eterna il 28 novembre 1378, prima domenica d’Avvento.

Il giorno successivo il papa la riceve in Santa Maria in Trastevere per esortarla ad incoraggiare i cardinali terrorizzati dagli assalti delle forze antipapali contro la città di Roma.

E lei, povera e piccola «donnicciola» – così, affettuosamente la definisce Urbano VI – si rivolge al collegio cardinalizio e al pontefice: «a vestimento forte della ardentissima carità, acciò che e’colpi che vi sono gittati dagli iniqui uomini del mondo, amatori di loro medesimi, non vi possino nuocere… non atterreranno la santa Chiesa perché essa non può venire meno, ché ella è fondata sopra la viva pietra Cristo dolce Gesù».

E il papa, rinfrancato dalle parole della giovane donna, conclude: «Di che deve temere il Vicario di Cristo, se anche tutto il mondo gli si mettesse contro? Cristo è più potente del mondo, e non è possibile che abbandoni la sua Chiesa».

Sono solo due gli anni, gli ultimi della vita terrena, che la Benincasa trascorre a Roma. Anni che rappresentano il coronamento di tutta la sua appassionata e incisiva attività a favore del papato. La Roma che ella porta nel cuore è la città eletta dalla divina provvidenza a sede della Cattedra di Pietro, che definisce «luogo del glorioso Pastore Pietro, giardino di Cristo benedetto, capo e principio di nostra fede, santa terra nella quale il sangue dei martiri bolle e invita ad essere forti» (Lett. 329).

Le dimore romane di Caterina: il Rione Colonna

In un primo momento Caterina dimora al Rione Colonna e poco tempo dopo in una casa, ancora esistente, in Via del Papa, oggi Piazza Santa Chiara 14, accanto al Pantheon. Il biografo per eccellenza di Caterina, suo discepolo e confessore Raimondo da Capua, attesta tutti e due i luoghi, senza però preoccuparsi di darne le esatte coordinate topografiche. Ad ogni modo è sicuro che al Rione Colonna, Caterina alloggiasse in una grande casa insieme a ventiquattro discepoli – sedici uomini e otto donne –  che da varie parti della Toscana l’avevano seguita per non separarsi da lei.

A questi si aggiungono pellegrini occasionali e soprattutto alcuni di quei “servi di Dio” che Urbano VI aveva chiamato a Roma e che Caterina generosamente accoglie. Scrive Raimondo da Capua che «pur costretta ad elemosinare coi suoi più intimi il puro vitto, ne avrebbe ricevuti cento di pellegrini, come fossero stati uno solo» (Raimondo da Capua, S. Caterina da Siena, Vita, trad. di G. Tinagli, Siena 2001, pag. 302).

Caterina ha estremo rispetto per gli ospiti che, a suo parere, non vanno distolti dalle cose di Dio. Quindi impegna le discepole a provvedere al loro vitto quotidiano. Una sera, all’ora di cena, la sua discepola Giovanna di Capo l’avverte di non aver provveduto al pane. A Caterina non resta che pregare il Signore perché a provvedere sia Lui. Ed ecco un miracolo risolvere l’incresciosa situazione: le piccole porzioni, ricavate dai quattro pani rimasti nella madia, aumentano via via che i tanti commensali affamati e stanchi le consumano.

«Noi tutti chiamavamo mamma la vergine, perché davvero era per noi la mamma, che, senza pianti e senza affanno, ci partoriva giorno per giorno dal seno della mente» scrive Raimondo da Capua, «finché non si fosse divenuti esemplari di Cristo, e ci nutriva assiduamente col pane della sana e utile dottrina».

Indizi sulla ubicazione della prima dimora romana della santa vengono da un documento del Centro nazionale di Studi cateriniani divulgato in occasione della pubblicazione del primo volume della Iconografia di S. Caterina da Siena. Il documento attesta che fino a tutto il XIX secolo, quasi di fronte alla chiesa di Santa Maria in via Lata, al civico 269, c’era un’antica casetta. Sopra la finestra era posta un’edicoletta di marmo con una piccola statua di santa Caterina da Siena con il giglio e il libro, in pieno Rione Colonna.

Via del Papa al Pantheon

Il 2 luglio del 1379 Caterina e i suoi discepoli lasciano il Rione Colonna per trasferirsi in via del Papa, oggi Piazza Santa Chiara, 14.

Tra il gennaio e il febbraio del 1380 Caterina descrive a Raimondo da Capua (Lett. 371) la visione avuta la domenica del 29 gennaio, manifestazione della sua eccezionale amicizia con Dio: immersa nella contemplazione della Trinità, la santa vede il Padre Onnipotente che le indica i mali che affliggono la Chiesa e le sue necessità. La Sposa è sola come è solo il suo sposo, il Papa. Santa e buona è l’intenzione di Urbano VI di riformare la Chiesa, ma «è senza modo». Le «colonne della santa Chiesa», i cardinali «se vogliono rimediare alle grandi ruine (…) s’uniscano insieme, e siano un mantello a ricoprire i modi che appaiono difettosi del padre loro».

Allora,  crescendo in Caterina «el dolore e el fuoco del desiderio, gridava nel cospetto di Dio: “che posso fare, o inestimabile fuoco?”. E la sua benignità rispondeva: «Fa questo, che tu dica al vicario mio che giusta al suo potere si pacifichi, e dia pace a chiunque la vuole ricevere (…) e che tu di nuovo offeri la vita tua; e mai non dare riposo a te medesima. A questo esercizio t’ho posta e pongo».

Da quel momento, quotidianamente, per buona parte della Quaresima del 1380, ella va a pregare alla basilica di San Pietro per i bisogni della Chiesa e per i dissapori in atto tra i romani e Urbano VI. «Appena giorno scendeva dal letto – annota il biografo –, e partendo dalla strada detta la Via del Papa, dove stava di casa, fra la Minerva e Campo de’ Fiori, se ne andava a piedi lesta lesta a san Pietro, facendo un cammino da stancare anche un sano».

Il suo esile corpicciolo è ormai compromesso, stremato dalle fatiche e logorato dai digiuni. Ella, presentito l’avvicinarsi dell’ora della morte, raccoglie intorno a sé tutta la “famiglia” dei suoi seguaci, in Via del Papa. E tiene loro un discorso memorabile: «non dovete rattristarvi per la mia partenza, anzi dovete rallegrarvi e far festa perché mi parto da un luogo di pene e di fatiche per andare a riposarmi in quell’oceano pacifico che è Dio eterno (…) In ogni modo intendo rimettere la vita e la morte nelle mani del mio Sposo».

Ecco che allora mentre riceve l’estrema unzione la si sente mormorare con voce flebile: «Signore affrettati ad aiutarmi. Vana gloria no! Vera gloria per Gesù Cristo crocifisso! Lodato sia il nostro dolcissimo Salvatore». E, inchinando il capo, Caterina muore. È la domenica 29 aprile 1380, verso l’ora terza.

L’ultima dimora: Santa Maria Sopra Minerva

I discepoli, smarriti, rimangono chiusi in casa a piangere la loro «mamma» (Ancora oggi, nell’edificio di  piazza Santa Chiara 14, è possibile visitare la Cappella detta “del Transito” di santa Caterina da Siena).

Poi ne trasportarono il corpo nella basilica di Santa Maria Sopra Minerva, dove la cancellata di ferro della primitiva cappella di san Domenico lo difese dal devoto assalto dei romani che subito invasero la chiesa implorando e ottenendo numerose grazie.

Il corpicino di Caterina rimase lì per tre giorni, incorrotto e profumato per poi essere tumulato in una cappella presso l’altare maggiore.

Il sepolcro ha subìto nel corso dei secoli varie trasformazioni fino al 1855, quando i resti di Caterina furono traslati sotto l’altar maggiore, nella marmorea urna quattrocentesca sormontata dalla figura giacente, opera di un ignoto marmorario romano. Nella Cappella Capranica, o del Santo Rosario dove, fino al 1855, era custodito il corpo della santa, affreschi di Giovanni de’ Vecchi presentano una breve sintesi della vita di Caterina. Attraversando poi la sagrestia della basilica, si può visitare il “sacello di santa Caterina”, costruito in parte col materiale asportato dalla casa in via del Papa nella trasformazione della stanza della santa in cappella.

Fuori del sacello, di fronte alla parete destra, un angelo apre le ali e le braccia presentando il cartiglio con l’iscrizione che indicava il primitivo sepolcro di Caterina, la povera ragazza analfabeta che la Chiesa ha riconosciuto Dottore della Chiesa, compatrona di Roma, d’Italia e d’Europa.

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