13 aprile

Andrea Mantegna, Resurrezione

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Ho sempre avuto una preferenza smaccata per Andrea Mantegna, perché ho sempre ritrovato in lui un’energia mentale e una libertà nel trovare soluzioni impreviste ai soggetti che doveva affrontare che me lo hanno fatto sentire sempre molto contemporaneo.

In questo caso Mantegna era stato chiamato a rappresentare il soggetto più complesso, quello sul quale si rischiano spesso risultati “visionari”: la Resurrezione.

 

Questa predella faceva parte di un grande capolavoro qual è il Polittico conservato nella Basilica di San Zeno a Verona, dipinto tra 1457 e 1459. Napoleone pensò bene di portar via le tre predelle che oggi sono custodite altrove: questa al museo di Tours e al Louvre le altre. In questa predella dedicata alla Resurrezione Mantegna non “inventa” niente. Si adegua a una rappresentazione del tutto disciplinata del soggetto, evitando ogni scorciatoia suggestiva.

 

Mantiene il pieno controllo della composizione, con una costruzione molto ordinata, moltiplicando le figure dei soldati, che fanno da corona alla scena, e che guardano un po’ atterriti l’imprevisto spalancarsi del sepolcro. Io penso che sia una soluzione a cui Mantegna ricorre per un motivo semplice: se anziché restare imbrigliati dal sonno, come in genere accade nell’iconografia della Resurrezione, i soldati “vedono”, anche per il pittore è più semplice “vedere”, e non “inventare”.

 

E se non c’è bisogno di inventare, la rappresentazione acquisisce una calma e un senso di vittoriosa normalità. Il Signore che esce dal sepolcro, così come Mantegna lo dipinge, non è tipo che ha bisogno di effetti speciali per fare quello che sta facendo. Esce con facilità, senza sforzo. Ha una fisicità normale, molto concreta che si esprime in quel gesto del piede sul bordo del sepolcro, come a segnalare, con molto pragmatismo, di aver dominato la morte.

 

Alle sue spalle Mantegna dipinge invece quella teoria stupenda di angeli, serafini e cherubini, coronata da ordinatissime schegge d’oro. Questa evidentemente è un’invenzione di Mantegna, quasi si trattasse di un apparato per una rappresentazione sacra popolare. È un modo per segnalare che quell’uscita dal sepolcro è un fatto di felicità per gli uomini, è una possibilità di luce nella tenebrosa caverna che altrimenti sarebbe il mondo.

 

Ma quello che più mi ha sempre colpito è il modo con cui Mantegna ha comunque tenuto sotto controllo anche questo bellissimo particolare ”visionario” della tavola. Non se ne lascia scappare un dettaglio, e allinea i raggi d’oro, con un ordine compositivo che è perfettamente omogeneo all’ordine compositivo adottato in tutto il resto del quadro.

 

Il risultato finale, come sempre in Mantegna, è un’immagine che trattiene in sé una impressionante compressione di energia, al punto che la tavola dipinta sembra lì lì per spaccare il confine della rappresentazione e travalicare nella realtà. Come se la pittura stessa dovesse e volesse uscire dal sepolcro della finzione…  Un po’ come accade in quello stupendo e ripetuto dettaglio delle piante che “spaccano” la roccia, e sbucano tenaci e inattese. Partecipando così, a modo loro, a questa vittoria.

 

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