3 aprile

Lucio Fontana, Crocifissione

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L’opera che vedete è una Crocifissione in ceramica di Lucio Fontana. È un soggetto che l’artista replicò in tantissimi esemplari, con un’infinità di varianti. Si può senz’altro dire che nel 900 non c’è artista che abbia lavorato tanto su questo soggetto quanto Fontana. Che relazione c’è tra opere come queste e quelle che hanno reso l’artista milanese famoso in tutto il mondo, cioè i suoi Tagli e i suoi Buchi nelle tele? Sembrano due linguaggi completamente opposti, perché se i Tagli sono frutto di un togliere, le ceramiche invece vivono di un’esplosione di materia.

 

In questo Crocefisso si nota quasi una ridondanza di forme, che poco ha a che vedere con l’essenzialità delle tele tagliate. Eppure Fontana non lo si capisce se non si tengono presenti queste sue due polarità. Lui che ha sperimentato soluzioni d’avanguardia radicali, si tiene attaccato anche ad una fare arte tradizionale, non solo nelle forme ma anche nei soggetti. Ma i due Fontana hanno un fortissimo tratto in comune, ed è l’antintellettualismo. C’è un’istintività sana che lo muove sui due fronti. Da una parte l’istintività che lo porta ad una soluzione semplicissima che altri avrebbero caricato di mille significati: tagliare la tela. Dall’altra c’è l’istintività del lavorare la materia, del plasticarla, del provarne tutta la ricchezza.

 

La Crocifissione di Fontana è un’immagine da devozione che non si appiattisce su uno stereotipo. Perché l’artista usa la materia per renderla funzionale allo spasimo di quel drammatico momento. Una materia che quindi non può conservare un ordine ma si dilata nello spazio, quasi resa ardente dalla partecipazione osmotica al soggetto rappresentato. Fontana non reinventa questo soggetto così familiare alla tradizione della pittura. Semplicemente cerca di renderlo vivo e accessibile all’immaginario degli uomini del suo e nostro tempo.

 

C’è poi un’altra caratteristica che qualifica quest’opera ed è la generosità. Fontana non si risparmia, non cerca l’opera assoluta. Accetta di stare al gioco, consapevole che l’arte senza ironia rischia di tracimare nel cinismo.

La Crocifissione non vuole essere più che un  oggetto di devozione, ma di una devozione che sa reinventare le forme e che si propone sempre nuova e sempre diversa. In questa semplicità di approccio Fontana non si preclude la libertà, ma la usa per dare il senso di una maggiore empatia con il soggetto. Che, se notate bene, non sta nello spazio assegnato, si divincola e si espande nello spazio nostro. E in questa insubordinazione si avverte l’ansia di ricollegare la Crocifissione alla vita. Di sottrarla da quello spazio inerte che è la pittura religiosa dell’ultimo secolo.

 

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