18 marzo

Maestro delle storie di Isacco, Assisi

isacco - esaù

Se vi capita di passare per Assisi, ho una raccomandazione da farvi: quando siete nella Basilica superiore per vedere gli affreschi di Cimabue e di Giotto, alzate la testa e fermatevi a metà della parete di sinistra per vedere in alto due scene tra le più straordinarie della storia della pittura. Sono i due riquadri che raccontano la storia della benedizione di Giacobbe da parte di Isacco. Gli storici dell’arte, non sapendo dare un nome all’autore lo hanno ribattezzato il Maestro delle storie di Isacco. Anche se c’è chi ha pensato che qui si possa riconoscere la mano del giovane Giotto.

 

Certamente le Storie di Isacco rappresentano l’anno zero della grande pittura italiana: hanno dentro l’emozione e la sorpresa propria di ogni inizio. Le due scene rappresentano l’una Giacobbe che inganna il padre, ormai reso cieco dalla malattia che ha colpito i suoi occhi, e si fa benedire come primogenito; l’altra il povero Esaù, che arriva troppo tardi e scopre di essere stato ingannato. La scena è ambientata nella camera del vecchio Isacco, tutta tappezzata di rosso, quasi a identificare con forza quello spazio. Il corpo di Isacco s’allunga solenne nella sua spossatezza, attraversando tutto lo spazio longitudinale dei riquadri. Le pieghe delle lenzuola e dei vestiti plasmano la sua sagoma in modo solenne, quasi a dare una dimensione definitiva della sua autorità.

 

Nel riquadro di Esaù il pittore si ferma un attimo prima della rivelazione: il figlio porge il cibo al padre, che sta per capire di essere stato ingannato. Lo sguardo della donna che lo accompagna evidenzia l’inizio di uno spavento: ma il vero acuto drammatico della scena, quello che manifesta in modo clamoroso la libertà nuova entro cui questo misterioso artista si muove, è sulla destra della scena dove vediamo Rebecca, vera artefice dell’inganno, scappare fuori dalla scena.

 

Quella figura  di spalle, avvolta nel mantello azzurro, mantello che aveva anche nella scena affianco, dove invece sorvegliava che il figlio Giacobbe facesse come lei aveva orchestrato, è un qualcosa di assolutamente imprevisto. È una specie di fuga in avanti nella storia, una rottura degli argini che apre a tante altre libertà. Rebecca ha forzato l’ordine previsto delle cose, ha esercitato l’arbitrio di una preferenza. Ha organizzato l’inganno per spianare la strada a Giacobbe e si è presa tutte le responsabilità.

Ma in quel suo fuggire si coglie tutto il dramma connesso a quella scelta. La preferenza non è un atto dovuto e automatico. È uno strappo che si dà alla storia, per avvicinarla alla salvezza, non necessariamente per aggiustare la storia. Rebecca lo sa. E per questo si volta. Quasi spaventata del suo osare.

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