5 marzo

Matisse, Natura morta con le Violette

Matisse natura morta di violette

A veder la mostra di Matisse che si è aperta in questi giorni alle Scuderie del Quirinale, ci si rende conto di come basti davvero poco per fare un capolavoro. Non è vero che ci voglia impegno particolare, che si debba avere uno standard culturale fuori dal comune. Niente di tutto questo. Il capolavoro può essere anche una cosa sbalorditivamente facile.

 

Prendete questa piccola, meravigliosa Natura morta con le Violette del 1903, arrivata dal MoMa di New York. Nel 1903 Matisse era ancora uno ai primi passi artisticamente parlando, pur avendo già 34 anni. Le opere che lo avrebbero consacrato e messo al centro dell’attenzione del mondo dell’arte sarebbero arrivate un paio di anni dopo. Qui è solo un artista che sino a qualche mese prima era ancora impantanato nelle ultime scorie dell’ottocentismo e che ora, come d’incanto, si scopre supremamente libero.

 

Cosa è successo nel passaggio dal pittore imbozzolato in colori un po’ pesanti a quest’altro che si muove con una leggerezza e una disinvoltura che sembra “saputa” da sempre? Le cronache non segnalano niente di particolare. Nessuna folgorazione. Semplicemente dobbiamo immaginare Matisse che si mette al cavalletto, dispone un vaso di violette sul tavolo e dipinge questa piccola natura morta molto casuale su carta (che oggi è stata incollata su tavola). È tutto semplice in questa piccola opera. O meglio è tutto facile.

 

Matisse è del tutto libero, quasi disimpegnato. Non si preoccupa neanche di dare profondità al quadro, perché il suo occhio è conquistato dalla bellezza dell’arabesco della carta da parati. Non si preoccupa di restare tutto sulla superficie, con l’angolo del tavolo che sale, senza nessun rispetto di regole prospettiche. È un’opera piatta, che non pretende altro se non restituire quel magico fluire di linee che hanno incantato l’occhio di Matisse. Il quadro è così un prolungamento dell’occhio di Matisse; fissa in immagine la sua fantastica predisposizione a intercettare il pulviscolo felice del reale.

 

Per questo quando la guardiamo ci sentiamo bene. E avvertiamo un palpito osservando il giallo fragile di quelle viole, una commozione per quella bellezza fatta di niente, leggera come un soffio. Bellezza minima, ma capace di andare oltre ogni orizzonte. Sappiamo che è condizione transitoria, ma Matisse, fissando d’istinto quella fragilità e mantenendola viva con la sua pittura, ci evita ogni rischio di malinconia. Personalmente non riesco a non essergli grato. E grato al Padreterno per aver dato al complicato ‘900 un artista così.

 

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