11 febbraio 2015

Santa Maria in Aquiro, Aquerò, Roma

di Pina Baglioni

unnamedSanta Maria in Aquiro a Piazza Capranica, non lontana dal Pantheon e dal palazzo di Montecitorio, è una delle più antiche chiese di Roma; tanto ricca di storia, quanto poco conosciuta.

Ed è un peccato, perché non solo da un punto di vista artistico, ma soprattutto per la sua storia di carità, di pietà e di fede, la sobria e appartata chiesa di piazza Capranica ha molto da offrire e da raccontare.

La sua fondazione è attestata da alcune fonti tra la fine del IV e l’inizio del V secolo: secondo il Liber pontificalis la chiesa di Santa Maria «a Cyro» fu poi rinnovata dalle fondamenta, abbellita e ampliata da papa Gregorio III (731-742). Edificata in onore di Maria, è dubbia l’interpretazione del termine «Aquiro»: forse deriva dalla parola Equirria (o Equiria), termine con il quale venivano chiamati alcuni giochi che i romani facevano con carri trainati da cavalli, come testimonianza della presenza in questo luogo di una specie di circuito per le corse.

Secondo un’altra interpretazione il termine deriverebbe da «acqua», in quanto si credeva che nei pressi vi scorresse il condotto dell’Acqua Vergine. E ancora, Aquiro sarebbe una modificazione del nome Cyro, legato alla figura di qualche nobile romano. Sta di fatto che la chiesa ebbe da subito il titolo di Oratorio e divenne presto Diaconia cardinalizia, titolo che conserva tuttora.

Ma la sua storia ha molto a che vedere con Lourdes e con l’immagine miracolosa raffigurante l’apparizione della Madonna a Bernadette Soubirous, conservata nella terza cappella a sinistra. Si tratta della prima raffigurazione delle apparizioni di Lourdes realizzata a Roma, dipinta poco dopo i mirabili avvenimenti che tanto stupore destarono nella cristianità intera. Il quadro risale al 1873, ma giunse a Santa Maria in Aquiro solo nel 1882, dopo aver stazionato in altre chiese del centro di  Roma.

Un itinerario alquanto insolito per un quadro, accompagnato da accese contese tra i fedeli delle varie chiese ospitanti, i quali, vedendosi privati di cotanto tesoro (per le numerose grazie ricevute per intercessione di Maria), reagivano immancabilmente in maniera piuttosto “vivace” al cambiamento di sede, tanto che ad un certo punto dovette intervenire lo stesso papa Leone XIII per calmare gli animi e trovare una soluzione.

 

Il quadro conteso

Vale la pena allora ricordare la cronaca, pubblicata a Roma nel 1908, a cinquant’anni dalle apparizioni della Madonna alla bambina di Lourdes, avvenute a partire dall’11 febbraio del 1858. (Cfr. S. Tamburini, La Chiesa di Santa Maria in Aquiro e Nostra Signora di Lourdes, in «Feste del Cinquantenario dell’apparizione di N. Signora di Lourdes», numero unico edito a cura dell’Arciconfraternita di S. Maria in Aquiro). Era il 1873 quando un cittadino romano, perduta la vista, l’aveva recuperata prodigiosamente nel bere l’acqua della grotta di Lourdes dietro consiglio di un amico sacerdote. Quindi, a sue spese, l’uomo aveva fatto dipingere un quadro raffigurante l’apparizione dell’Immacolata Concezione alla piccola Bernadette.

Il dipinto, accompagnato da un triduo solenne, era stato  affidato alla venerazione dei fedeli nella chiesa di San Lorenzo in Lucina per poi essere trasferito presso la Chiesa di Santa Rita da Cascia delle Vergini. Tale era la devozione per quell’immagine miracolosa che si era andata formando una pia unione di donne che si ritrovava regolarmente a pregare davanti alla Madonna della Lourdes “romana”.  Papa Pio IX, impressionato dal numero sempre crescente di devote, volle trasformare la pia unione in Confraternita, chiedendo però che a partecipare fossero coinvolti anche gli uomini; poi, con un Breve del 27 agosto del 1875, la elevò ad Arciconfraternita, con facoltà di aggregare altre confraternite.

Ma sulla fine del 1880, dovendosi restaurare la chiesa di Santa Rita da Cascia delle Vergini, l’immagine fu trasportata in Santa Croce dei Lucchesi, poi ancora a San Rocco all’Augusteo, quindi nel giugno del 1882 in Santa Maria in Aquiro, dove rimase definitivamente «disponendo Dio che non ne venisse rimossa» si legge nell’articolo che narra la cronaca dei fatti. Che aggiunge: «Ministra della Provvidenza in tal fatto fu una gentildonna della Parrocchia, l’Ill.ma Signora Marchesa Cecilia Serlupi… Immagine davvero miracolosa… anche perché il dì 11 dicembre 1887, sviluppatosi l’incendio nella Cappella ed arsa la cornice e buona parte della tela, rimaneva intatta completamente».

La sacra immagine a Santa Maria in Aquiro

Questa, dunque, la storia riportata in breve dalla fonte dell’Arciconfratenita di Santa Maria in Aquiro. Ma c’è un’altra fonte, che aggiunge particolari interessanti: il diario della marchesa Cecilia Serlupi Crescenzi, dal quale si viene a sapere che la serie di passaggi dell’immagine da una chiesa all’altra avvenne tra peripezie di ogni genere, asportazioni notturne, veri e propri trafugamenti. Nonostante questo, la devozione del popolo romano nei confronti di quel quadro cresceva sempre di più, tanto che la gente faceva a gara a portare doni, fiori, lampade votive, fino a impreziosire l’immagine della Madonna con una corona d’argento.

Anche la destinazione finale del quadro fu alquanto movimentata. A un certo punto, infatti, cominciò a circolare la voce di un nuovo trasferimento del dipinto nella chiesa originale, Santa Rita da Cascia delle Vergini, per ordine del cardinal vicario di Roma Monaco della Valletta. Alla notizia la gente insorse e andò  «dal padre curato cui dissero che badasse bene a non farlo togliere né giorno né notte, perché in tutte le ventiquattr’ore vi erano persone che si davano la muta a sorvegliare ciò che accadeva, e che se si azzardassero di cercare di portarlo via, avrebbero dato un segnale e sarebbe successo uno scandalo».

Il povero padre curato espose la faccenda al cardinal vicario, il quale, a quel punto, decise prudentemente di desistere dall’intento. Non dello stesso avviso, però, era il curato della chiesa di Santa Rita delle Vergini, risoluto a voler indietro il “suo” quadro. E cosi, con tutti i parrocchiani, anche lui si reca dal cardinale al quale strappa nuovamente l’ordine di riportarlo a Santa Rita da Cascia delle Vergini.

A quel punto l’indomita marchesa Cecilia Serlupi Crescenzi rompe ogni indugio e chiede udienza addirittura a papa Leone XIII. Nel suo diario annota: «Se il Santo Padre mi dà ragione tanto meglio, altrimenti, se il popolo ce lo consentirà, ciò che non sarà, il Comitato porterà il quadro in casa dell’eminentissimo cardinal vicario (non alle Vergini…) e lì il Comitato si dimetterà in massa e metteremo sul giornale il resoconto del nostro agire, semplicemente, senza astio alcuno». Il Papa alla fine dà ragione alla fazione “capitanata” dalla marchesa Serlupi Crescenzi concedendo che il quadro resti a Santa Maria in Aquiro.

Il barbone di Dio a Santa Maria in Aquiro

Poco più in là della cappella della Madonna di Loudes, c’è un’altra, bellissima, commovente storia che rende meritevole di una visita Santa Maria in Aquiro. «S. BENEDISCTUS IOSEPH LABRE/IN HAC AEDE/PRECES AD DEUM EFFUNDERE CONSUEVIT» sta inciso sulla balaustra della cappella nel braccio destro del transetto, a ricordare che molto spesso in questo luogo veniva a pregare  “il barbone di Dio”, san Benedetto Giuseppe Labre.

A partire dal 1770, anno in cui si era stabilito a Roma dopo un lungo peregrinare nei santuari di tutta Europa, Santa Maria in Aquiro fu una delle tappe fisse della sua orazione raminga per le chiese romane, che toccava anche Santa Maria di Loreto al Foro Traiano, Santa Maria ai Monti, Santa Prassede, la basilica dei Santissimi Apostoli e i Santi Cosma e Damiano (era grande la venerazione del santo protettore dei barboni per l’immagine della Madonna della Salute esposta sull’altare maggiore di questa chiesa).

In Aquiro, invece, Labre veniva perché vi si esponeva spesso il Santissimo Sacramento e per la bellissima immagine della Vergine col Bambino e Santo Stefano. A ricordo delle sue quotidiane visite, la cappella a lui dedicata, proprio accanto all’altar maggiore: tre dipinti  ad olio lo raffigurano rispettivamente in preghiera, nel momento della sua morte, avvenuta il 16 aprile del 1789 sulla scalinata di Santa Maria ai Monti, e insieme alla Vergine e alla santissima Trinità.

La casa degli orfani e la “rete” dei santi

E tornando alla storia della nostra chiesa va ricordato che durante la Cattività Avignonese (1305-1375) Santa Maria in Aquiro fu una delle poche di Roma a continuare ad essere officiata, dal momento che molte chiese dell’Urbe restarono abbandonate.

Vi si celebrava anche la festa della Visitazione della Madonna ad Elisabetta, tanto da  far supporre che la chiesa fosse stata dedicata alla Visitazione. Un documento attesta che la solennità si celebrava con regolarità ai tempi di Urbano VI, il quale risiedeva a Roma mentre ad Avignone si trovava l’antipapa Clemente VII; fu proprio lui, con un decreto datato 8 aprile 1389, a istituire la solennità della Visita di Maria ad Elisabetta, allo scopo di riportare l’unità nella Chiesa. E non è un caso che il titolo attuale di Santa Maria in Aquiro sia ancora quello di Santa Maria della Visitazione.

Ma sarà la carità, qualche secolo più tardi, il segno distintivo della nostra chiesa. Nel 1459 sotto Pio II vi si istituì una Congregazione di sacerdoti secolari addetti alle opere di pietà sotto la protezione degli apostoli Pietro e Paolo. Questi sacerdoti avevano come insegna una croce rossa con quattro S a significare: Sacro Sancta Sacerdotes Societas.

Un’opera di carità che andò ad arricchirsi dopo il Sacco di Roma del 1527. Quella tragedia consegnò all’Urbe, tra l’altro, il problema dell’assistenza degli orfani. Il cardinale romano Giovanni Domenico de Cupis, da sempre impegnato a trovare una casa agli orfanelli, volle rendere stabile la sua opera e, a tale scopo,  nel 1538, costituì la Confraternita degli Orfani – alla cui fondazione parteciperà attivamente anche sant’Ignazio di Loyola -, che andò a stabilirsi proprio accanto a Santa Maria in Aquiro.

L’opera pia si modellò su quella dei vari orfanotrofi fondati in Italia dal grande campione dell’infanzia povera e abbandonata, san Girolamo Emiliani, fondatore dell’Ordine dei Somaschi. Nel 1570, per desiderio del cardinale Moroni, protettore dell’ospizio e della Confraternita degli Orfani, proprio alcuni padri somaschi andarono a reggere e a governare la Pia Casa. Tra questi, padre Angiolmarco Gambarana, discepolo dell’Emiliani. Nel tempo tale opera cambiò natura, accettando al suo interno anche i figli di famiglie agiate, così Leone XII, nel 1826, decise di sopprimere la Confraternita e affidare la cura degli orfani ai soli padri Somaschi, ai quali ancora oggi è affidata la cura di Santa Maria in Aquiro.

Che la prima raffigurazione romana della Madonna di Lourdes sia collocata in una chiesa con una storia così ricca di fede e carità, appartiene a quelle felici coincidenze del destino che il Signore usa intessere a beneficio dei suoi. Aquiro, tra l’altro, riecheggia il termine Aquerò (“quella cosa là”), come usava chiamare la Madonna Bernardette nel suo dialetto locale. Anche qui una semplice coincidenza, e però singolare e ancor più felice.

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