13 gennaio

Alberto Burri, Sacco rosso

 

Nel 2015 ricorre il centenario della nascita di uno dei più importanti artisti italiani del ‘900. È Alberto Burri, personaggio solitario e scontroso, poco amato per tanto tempo dalla critica per le sue posizioni politiche di destra, ma oggi star del mercato internazionale al pari di Lucio Fontana.

 

Burri non era nato artista ma medico. Iniziò a dipingere quando venne fatto prigioniero dagli americani in  Tunisia (lui era ufficiale medico) e rinchiuso nel “criminal camp” di Herford, in Texas, in quanto “non collaborante”. Quello che vedete è una delle sue opere più celebri, il Sacco rosso del 1954, oggi alla Tate Modern di Londra. Il primo Sacco risale a qualche anno prima, il 1949, e sorprende quindi il fatto che un medico che si inventa artista, probabilmente per passare il tempo in prigionia,  si presenti subito così poco convenzionale.

 

Burri detestava chi tentava interpretazioni estetiche e simboliche delle sue opere. Era tipo dai ragionamenti semplici e brutali: spiegava che per lui si poteva fare pittura con tutto, anzi gli era più semplice farlo con i materiali che aveva sottomano. In prigionia ad esempio aveva dipinto usando persino il dentifricio. I Sacchi, che sono le sue opere più celebri, dunque non hanno nessun retropensiero. Non sono affatto arte determinatamente povera, ma quadri punto e basta, lui diceva. Quindi il breve ragionamento che ora propongo a partire da questa sua opera famosa, è in aperta violazione di quel che Burri pensava dei suoi lavori…

 

Burri era umbro, di Città di Castello. Era laico, anzi ateo e non aveva nessuna particolare devozione per san Francesco, che dell’Umbria è il più grande santo. Nonostante questo, è difficile non mettere in relazione i Sacchi di Burri con l’immagine del saio di Francesco, come quello delle Stimmate conservato alla Verna. Ed è difficile non mettere in relazione l’arte con cui Burri tratta la iuta con le disposizioni di Francesco nella Regola: «…tutti i frati portino vesti umili e sia loro concesso di rattopparle con stoffa di sacco e di altre pezze con la benedizione di Dio».

 

Nell’uno e nell’altro caso siamo di fronte ad una materia prima drasticamente povera, che capovolge ogni precondizione estetica e si palesa come innegabilmente bella. Se ci si mette sull’asse Francesco – Burri si ha modo di capire in pieno il DNA dell’Italia, paese dalla natura speciale, capace di essere meraviglioso in modo imprevedibile. Ma questa è un’ovvietà. Quello che non è ovvio è un altro dettaglio. Cioè il fatto che Burri abbia trovato senza neanche aver cercato. Addirittura, sembrerebbe, contro le proprie intenzioni. Come se la bellezza di questi lacerti di iuta sia frutto di un caso, o di una grazia che l’artista si è limitato a far venire a galla, sulla superficie del quadro. Di cui lui stesso resta quasi sorpreso, tanto da voler riempire con un rosso glorioso e grato lo spazio che restava.

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