Note di Sport

15 dicembre 2014

Il bullone di Eugenio Monti

Autori vari

Ci sono alcune discipline sportive che seguiamo soltanto ogni quattro anni, durante i giochi olimpici. Poi vengono presto dimenticate, anche se portano prestigio e medaglie ai colori azzurri. Il bob è una di queste. Ma ci sono storie di questi sport di nicchia che superano tempo e spazio; sentirle oggi ancora commuove.

La storia di Eugenio Monti è una di queste. Il Rosso Volante, chiamato così da Gianni Brera per il colore dei capelli e per la velocità innata, nasce a Dobbiaco il 28 gennaio 1928.

 

A 20 anni tutti pensano che sia l’erede naturale di Zeno Colò, ottiene prestigiosi risultati in slalom. In alcune occasioni batte anche il mito Colò. Era un altro sci, lontano anni da quello ipertecnologico di oggi.

Ma Eugenio è sfortunato; a dicembre del 1951, cade sulla pista Banchetta al Sestriere. Saltano i legamenti delle ginocchia e deve smettere con lo sci alpino. Prova lo sci di fondo, ma un secondo incidente decide definitivamente il suo futuro di campione.

Sale sul bob sia a due che a quattro e parte subito veloce. Nel 1954 vice il campionato italiano di bob a quattro. Dal 1957 comincia a vincere campionati del mondo in serie.

 

Gli manca la medaglia olimpica. Nel 1960 a Squaw Valley non può gareggiare, perché i giochi invernali di quell’anno non prevedono il bob. Aspetta quelli successivi: Innsbruck. Eugenio ha già 36 anni. Quei giochi sembrano la sua ultima possibilità. Il 1 febbraio 1964 è previsto lo svolgimento della gara di bob a due, nella quale Eugenio Monti e Sergio Siorpaes, pluricampioni mondiali, sono favoritissimi.

 

La prima manche non va benissimo, sono solo quinti. Ma con la seconda recuperano tutto lo svantaggio. Ma accade qualcosa. Tra gli atleti comincia a serpeggiare la voce che gli inglesi, Tony Nash e Roby Dixon, sono costretti a ritirarsi per la rottura di un bullone dell’asse posteriore del bob. Negli anni ‘60 la tecnologia non è quella di adesso, che permette interventi immediati per ripristinare il mezzo tecnico. Danno irreparabile insomma.

 

La voce del prossimo ritiro degli inglesi corre veloce nel gelo di Innsbruck e giunge anche all’orecchio del rosso volante, a cui manca soltanto la medaglia d’oro per coronare una carriera favolosa. Per altri avrebbe potuto essere un’occasione unica, un colpo di fortuna. Lui, invece, non ci pensa un attimo: cerca il bullone nella dotazione di riserva della nazionale italiana e lo consegna agli atleti avversari, i quali vinceranno la medaglia d’oro, relegando al terzo posto il duo Monti-Siorpaes, superati anche dalla coppia Cardini-Bonagura.

 

«Guardate che Nash non ha vinto perché gli ho dato il bullone. Ha vinto perché è andato più veloce», dice Eugenio alla fine della gara, tranquillo, nonostante abbia buttato al vento la medaglia più agognata. «Gli venne naturale: non si rese neanche conto di aver fatto un bel gesto», racconterà il suo compagno Siorpaes anni dopo. Per questo gesto gli verrà conferito il premio Pierre De Coubertin, la più alta onorificenza che il Cio, il Comitato olimpico, possa conferire. Eugenio Monti sarà il primo atleta della storia a vincere tale premio.

 

«Il Movimento Olimpico ha come scopo di contribuire alla costruzione di un mondo migliore e più pacifico educando la gioventù per mezzo dello sport, praticato senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play», recita la Carta Olimpica. L’altruismo di Eugenio Monti è declinazione stupenda dello spirito olimpico. Rimane però la delusione della mancata medaglia d’oro.

 

Il Rosso Volante ha già 36 anni. Sembra non esserci più tempo per lui. Ma non si arrende. Nel 1968 ci saranno le Olimpiadi di Grenoble. Eugenio avrà 40 anni e ha contro tanti giovani emergenti, sia nel bob a due che nel bob a quattro. Il gesto di Innsbruck viene ripagato con gli interessi: al “vecchietto” il destino regala non una, ma ben due medaglie d’oro. Saranno le sue ultime discese. Ad oggi è ancora l’atleta più vincente nella storia di questo sport.

 

La vita lo proverà moltissimo, anche con la morte di un figlio e con l’aggressione di una malattia che lo spaventa a morte, il Parkinson. Fortissimo ed audace nell’imbuto di una pista da bob, fragilissimo nell’accettare la malattia invalidante, si suiciderà il 1 dicembre 2003.