22 novembre

Tiziano, Presentazione di Maria al Tempio

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Abbiamo appena festeggiato la festa della Presentazione di Maria al Tempio. Ed è un episodio che personalmente mi riporta sempre alla rappresentazione che ne fece Tiziano. La sua opera è conservata alle Gallerie dell’Accademia di Venezia: è entrata a far parte del museo senza muoversi, in quanto era parte integrante della Scuola Grande di Santa Maria della Carità, che dal 1817 venne trasformata in accademia delle belle arti e quindi in museo.

 

È un telero di grandi dimensioni, che si sviluppa in modo narrativo, tutto in orizzontale. Lo contraddistingue la grande scalinata che sale verso il tempio e occupa i due terzi dello spazio. Tiziano imbastisce anche un grande paesaggio che risente della nuova visione architettonica, molto romanizzante, che Jacopo Sansovino e Sebastiano Serlio avevano introdotto anche nella restìa Venezia.

 

Siamo nel 1535: il viaggio romano di Tiziano sarebbe avvenuto 10 anni dopo e quindi questa visione classica è frutto soprattutto della contaminazione con opere e visioni altrui. La scena è ricchissima di particolari che meriterebbero di essere raccontati e decriptati (ci sono anche i ritratti di alcuni confratelli della Scuola). Ma onestamente sono tutti particolari che fanno magnifico e arioso contorno al cuore della tela, che è quel particolare indimenticabile di Maria bambina che sale le scale del Tempio. È vestita d’azzurro, ha capelli lunghi, raccolti ordinatamente in una treccia; con una mano si alza la veste per evitare di farla toccare per terra, con l’altra accenna a un saluto, già molto consapevole e “adulto” ai sacerdoti che la attendono in cima alle scale.

 

Tiziano per lei inventa una luminosità che “buca” il quadro: così la sua piccola figura, nello spazio enorme del telero non solo non si perde ma diventa punto che attrae a sé ogni sguardo. Per di più Tiziano, con un escamotage ulteriormente rafforzativo, allinea dietro di lei un fila di colonne corinzie, che danno ancora più centralità e forza alla sua minuta presenza.

Maria sale, e tutti la guardano, anche dalle finestre del palazzo che si alza sul fondo. I due personaggi che l’attendono (il sommo sacerdote e un uomo in vesti cardinalizie) sembrano dei giganti nei suoi confronti. Eppure non c’è sproporzione, perché la sicurezza con cui Maria sale le scale annulla quel gap in apparenza incolmabile.

 

È questo l’aspetto in cui Tiziano dimostra tutta la sua genialità. Una genialità che lo porta a guardare Maria (pensiamo alla fantastica Assunzione dei Frari) come donna compiuta; una sorta di apice antropologico, verrebbe da dire. Così la bambinetta che sale le scale del tempio, è una bambinetta che sa il fatto suo, come dimostra il passo deciso con cui sale le scale; un ragazzina che non ha né complessi, né tremori. Che non è minimamente sfiorata dalla soggezione.

 

Maria mostra di stare a suo agio sulla piazza pubblica,  di non voler affatto sottrarsi al mondo: l’umiltà non è ripiegamento. Le Madonne di Tiziano sono sempre emblema di pienezza, e lo è anche questa Madonna bambina, che si muove con disinvoltura dentro quel limbo luminoso che Tiziano le ha dipinto intorno, libera reinterpretazione dell’oro bizantino che segna la fisionomia di Venezia. È il limbo che ci avvisa che quella bambina non è riconducibile alle logiche del mondo, anche se è pienamente sulla scena del mondo.

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