3 novembre

Rembrandt, il Figliol Prodigo

 

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Nella fantastica mostra che la National Gallery di Londra ha dedicato all’ultima stagione di Rembrandt (The last Rembrandt, sino al 18 gennaio) questo capolavoro non poteva certo mancare. È un quadro visto riprodotto chissà quante volte, ma è uno di quei quadri che hanno in sé un infinito: la loro profondità è tale che nessuno sguardo riesce mai ad esaurirli. Rembrandt affronta la parabola del Figliol Prodigo, e come sempre gli accade, non si appoggia su nessuna iconografia precedente. La sua è una pittura di “immedesimazione”, e l’immedesimazione è sempre un qualcosa di nuovo, di inedito, anche di imprevisto. Non è una rappresentazione, è fatto vissuto.

 

Prima di arrivare al cuore del quadro è bene guardarlo nel suo insieme: Rembrandt pur avendo chiarissimo quale fosse l’epicentro della scena, sceglie di stare largo, di includere altri personaggi e di impostare un’ambientazione che occupa gran parte dello spazio della tela. È una scelta che vuole normalizzare l’istante, non vuole isolare o ipostatizzare. È qualcosa che accade, come accadono le cose nella realtà: esse arrivano prima che si abbia il tempo di “preparare la scena”. Per questo Rembrandt non prepara la scena e colloca i due protagonisti non al centro ma nel lato sinistro basso del quadro.

 

Svuotata così di ogni tentazione retorica, si arriva al cuore della scena. C’è un vecchio padre, ricurvo e con lo sguardo abbassato che si china su quel figlio, tanto amato e tanto atteso. Le sue mani, uno dei capolavori di tutta la storia della pittura, si allargano sulla schiena del figlio inginocchiato, stringendolo a sé. Ma l’intensità affettiva è tale, che quelle sue mani sembrano quasi fondersi con il corpo del figlio. Il quale a sua volta è arrivato qui spogliandosi di tutto. Lo vediamo di spalle, vestito di stracci, con le scarpe a brandelli, la bisaccia ormai vuota. Ma soprattutto si è spogliato di ogni difesa, e si è letteralmente abbandonato nelle mani del padre.

 

Se pensiamo alla sua storia, alla baldanza scriteriata che l’ha portato a sperperare l’eredità, se pensiamo alla supponenza che lo aveva portato a credere di non aver bisogno di quel padre, verrebbe da pensare (come nel Vangelo pensa l’altro figlio) che anche in questo caso, al culmine della sventura, ha scelto per opportunismo. Il quadro di Rembrandt invece liquida per sempre quel pensiero del fratello, che in fondo è stato un pensiero di ciascuno. Lo liquida non solo nel segno del perdono, ma soprattutto nel segno di un amore in atto che travolge tutte le scorie del passato. La testa del figliol prodigo che s’appoggia nel grembo del padre è un’immagine che richiama il volto di Giovanni appoggiato sul petto di Gesù nell’Ultima Cena. È l’esperienza di una tenerezza senza paragoni. Di un sentirsi accolti senza condizioni. Che la pittura di Rembrandt, in forza di una stupenda immedesimazione, restituisce al nostro sguardo e al nostro cuore.

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