14 ottobre

Alberto Giacometti, Grande donna IV

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Alberto Giacometti, nel cortile del suo leggendario studio (che era anche casa) di rue Hippolyte Maindron a Parigi, abbraccia  sorridendo il gesso di una grande scultura che rappresenta una figura femminile in piedi. Siamo nel 1960 e l’opera (che verrà tirata in bronzo e intitolata Grande donna IV) è pensata per una committenza che andrà in fumo: un gruppo di sculture per una piazza di New York, richiestegli dalla Chase Manhattan Bank.

 

Giacometti in America non aveva mai messo piede. Non c’era feeling tra lui, nato tra le montagne dei Grigioni e accasatosi nella Parigi più profonda, e il mondo americano. Però l’idea di sfidare la presunzione dei grattacieli con questi suoi totem contemporanei, così rocciosi e così fisici, l’aveva sfiorato. Non andò in porto la proposta. E guardando questa foto (che è esposta nella mostra di Giacometti appena aperta alla Galleria di Arte Moderna di Milano) si capisce anche il perché.

 

Per Giacometti la scultura non era una semplice rappresentazione di forme più o meno geniali da sistemare in uno spazio. Per lui la scultura conteneva un’energia vitale. Era quasi un pezzo di sé da cui risultava difficile staccarsi. Giacometti abbraccia sorridendo la sua Grande donna quasi fosse una gigantesca bambola, dando prova di quell’ironia che tutti gli riconoscevano; ma con quest’abbraccio sembra volerla anche strappare a un possibile pretendente.

 

La storia del grande scultore svizzero è una storia unica nel panorama dell’arte del 900. Non si è mai sostanzialmente staccato da alcuni motivi che sin dall’inizio gli sono parsi decisivi innanzitutto per se stesso: la figura umana, e in particolare il volto. La scultura per Giacometti è infatti una strada per fare esperienza del mistero che sta dietro lo sguardo umano, per cercare di dare immagine e forma non a una figura, ma al suo destino.

 

Per questo gli era difficile non sentire un legame fisico molto più che estetico con le sue opere. Il suo percorso sempre ostinato e testardo, non è mai fatto di traguardi raggiunti. Era come un cammino che si apriva con il cammino. Non c’è un’opera di Giacometti che sia un punto d’approdo, un risultato ottenuto per sempre (come possono essere certe grandi opere di Picasso o di Matisse).

 

Giacometti è invece un artista sempre in fieri, proprio come la storia di ciascuno. Ogni volta sa di non essere arrivato. È questo che lo rende prima ancora che grande, quasi “fratello”. Ed è questo che spiega perché egli senta l’istinto di abbracciare la scultura come qualcosa che non vale come opera, ma che vale per il frammento di destino che è riuscita a intercettare. Una scultura che non ha il problema di essere riuscita, ma di mostrare il filo della somma di imperfezioni di cui è fatta.

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