Note di Sport

30 settembre 2014

Bartali, il campione schivo

Autori vari

«Quanta strada nei miei sandali, quanta ne avrà fatta Bartali, quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita (…) mi piace restar qui sullo stradone impolverato, se tu vuoi andare, vai e vai che io sto qui e aspetto Bartali, scalpitando sui miei sandali, da quella curva spunterà quel naso triste da italiano, allegro tra i francesi che si incazzano e i giornali che svolazzano. C’è un po’ di vento, abbaia la campagna e c’è una luna in fondo al blu». Così Paolo Conte canta Gino Bartali, che con il “Campionissimo” Fausto Coppi diede vita a quella che è probabilmente la più grande rivalità sportiva del dopoguerra, che divise in due le famiglie italiane: Coppi il beniamino della sinistra, Bartali di cattolici e più in generale dei democristiani, in una competizione fatta di tanto agonismo e, insieme, tanto rispetto.

 

Ancora oggi si discute se durante il Tour del 1952 sia stato Bartali a dare la borraccia a Coppi, o viceversa. La foto che immortala quel momento non lo ha mai chiarito. Gino Bartali – detto Ginettaccio per il suo carattere burbero – nasce in provincia di Firenze, esattamente a Ponte a Ema il 18 luglio 1914. Smessi presto gli studi, dopo un breve periodo lavorativo, nel 1931 inforca la bicicletta, dalla quale non scenderà più. Nel 1936 e nel 1937 vincerà il Giro d’Italia (e poi ancora nel 1946 nell’Italia appena uscita dalla guerra mondiale) e nel 1938 il suo primo Tour de France.

Inutile elencare tutte le sue vittorie, ma un cenno più approfondito merita il Tour del 1948, quello legato alla leggenda popolare che vede Bartali salvare l’Italia dalla guerra civile. Il 14 luglio del 1948 Palmiro Togliatti fu oggetto di un attentato all’uscita da Montecitorio. Il Paese intero è in fermento, comunisti e democristiani si rimpallano responsabilità e la CGIL proclama lo sciopero generale. Il 15 luglio, Ginettaccio, che accusa un gravissimo ritardo in classifica dal campione francese Bobet, stacca tutti in salita, sull’Izoard. In Italia è il delirio per l’impresa del campione, che dopo dieci anni sfilerà una seconda volta a Parigi da vincitore («i francesi che si incazzano»). La tensione per l’attentato si stempera, il resto è storia.

 

Ma Gino non è solo un grande campione sportivo; è un grande uomo, di quelli di buona volontà. I francesi lo chiamano Gino le pieux, per la sua fede cattolica. La sua storia incrocia gli anni bui della guerra e del nazifascismo, che lo vedono staffetta partigiana per la rete clandestina creata dall’arcivescovo e dal rabbino di Firenze, il cardinale Elia Angelo Dalla Costa e Nathan Cassuto. Bartali comincia a fare la spola tra Firenze ed Assisi. Allenandosi, o fingendo di allenarsi, nasconde nel tubolare della sua bicicletta documenti falsi che consentiranno a centinaia di famiglie ebree di aver salva la vita.

Qualche volta, durante il tragitto, viene fermato. Ma nessuno pensa di ispezionare la due ruote del campione. Lo lasciano andar via, non senza aver prima osannato le sue imprese. E lui, tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944, continua la sua spola. Non ha mai voluto raccontare questa storia in vita. «Non si specula sulle disgrazie altrui», diceva. Di questa attività clandestina si inizia a sapere qualcosa solo dopo la sua morte, avvenuta a Firenze il 5 maggio 2000.

Il 23 settembre 2013 Gino Bartali è stato dichiarato “Giusto tra le nazioni”, titolo dato ai non ebrei che hanno rischiato la propria vita per salvare anche un solo ebreo durante le persecuzioni naziste. Nelle motivazioni della nomina si legge che la «rete ebraico-cristiana, messa in piedi a seguito dell’occupazione tedesca e all’avvio della deportazione degli ebrei, ha salvato centinaia di ebrei locali ed ebrei rifugiati dai territori prima sotto controllo italiano, principalmente in Francia e Jugoslavia».

Per questo ha ricevuto anche la medaglia d’oro al merito civile dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, «per aver salvato almeno 800 ebrei».

 

Ma a lui, tipo schivo e burbero, non sarebbero piaciute le luci della ribalta, benché per motivi cosi meritori. Per questo piace ricordarlo, alla fine di questi brevi cenni sulla sua vita, con quanto si legge nella sua biografia sul sito ufficiale della Fondazione Bartali: «Per sua volontà ha desiderato essere sepolto indossando solamente il mantello dei Carmelitani. Sulla sua tomba, questa semplice iscrizione senza foto: “Gino Bartali 18/07/1914 – 05/05/2000”. Questo è Gino Bartali».