12 settembre 2014

L'Isis e le bombe apportatrici di "pace e speranza" per l'umanità

Mideast Syria Islamic State«L’opinione pubblica americana era sì stanca della guerra, ma dopo le decapitazioni feroci online dell’Isis, ha capito che, sia pur a malincuore, deve tornare a prendere l’iniziativa». A dire queste parole è il deputato repubblicano John McCain, considerato un falco dell’amministrazione Usa. Ha il dono della parola McCain, nel senso che parla chiaro e forte. Grazie a lui abbiamo scoperto a che sono servite le decapitazioni dei due giornalisti americani: a far intervenire nuovamente gli Usa, e i suoi alleati, in un teatro di guerra appena abbandonato. Il fatto che gli scarponi dei militari Usa non calpesteranno il suolo iracheno suona come un compromesso: Obama ha appena ritirato i suoi soldati dall’Iraq, non può smentire se stesso. Questo non vuol dire che non ci saranno battaglie di terra, dal momento che i fantaccini necessari a una campagna annunciata come impegnativa saranno forniti da altre nazioni, con curdi e iracheni in prima linea.

Restano le domande. Prima fra tutte le motivazioni: fino a quando a morire sgozzati e crocifissi erano cristiani e sciiti, siriani e iracheni, nessuno aveva da obiettare, anzi. Si ricordi, solo un banale esempio, il video del “ribelle” siriano che mangiava il cuore di un prigioniero del quale Putin aveva ironicamente chiesto conto a un suo autorevole interlocutore appartenente alla folta schiera di eroici sostenitori della libertà in Siria. Oggi le cose cambiano a causa di due video di finissima fattura griffati Beatles che hanno rimandato al mondo l’orrore della decapitazione dei repoter Usa. Ne abbiamo scritto, non ci torniamo su. Strani questi califfi: vogliono costituire un’entità statale islamica e per prima cosa, ancor prima di iniziare a consolidare il loro piccolo statarello (un terzo dell’Iraq più o meno e parte della Siria), lanciano la sfida a chi ha il potere di polverizzarli… la follia sanguinaria a quanto pare si accompagna a una sorda follia autodistruttiva. La mente è un mistero, ma quella di questi califfi a quanto pare è più misteriosa di altre.

Ma al di là, alcune considerazioni. La Nato sta definendo la coalizione di Paesi disposti a intervenire per fermare il mostro e a quanto pare né la Siria né l’Iran ne faranno parte, nonostante tutti gli analisti siano ben consci che potrebbero fornire un apporto decisivo. Purtroppo per la Nato, e altri, restano nazioni canaglia, mentre della coalizione faranno parte quegli Stati, a quanto pare non canaglia, che hanno creato, e sostengono ancora sottobanco, l’Isis (vedi alla voce Paesi del Golfo e altri). Misteriose sono anche le menti dei difensori della pacifica Civiltà occidentale.

Altra considerazione. Nell’annunciare questo intervento militare, gli ardenti apportatori di pace hanno annunciato l’azione militare ignorando l’Onu, come non esistesse. Così che le bombe che cadranno in Iraq colpiranno in qualche modo anche le Nazioni Unite. Istituzione nata per trovare soluzioni alle crisi internazionali evitando conflitti, sta attraversando il periodo più buio della sua storia: inutile nella crisi Ucraina, inutile in Iraq, è a rischio la sua sussistenza, a maggior gloria dei costruttori di guerra.

Ma la cosa che più stupisce è che Obama abbia annunciato un parallelo rafforzamento del sostegno ai ribelli siriani. Da tempo si sa, lo hanno detto anche gli americani, che di ribelli moderati in Siria non se ne vede l’ombra, dal momento che Al Nusra e Isis, bande armate di eguale ferocia, hanno monopolizzato, attraverso l’eliminazione degli avversari e infiltrazioni varie, le bande armate riconducibili ai ribelli siriani della prima ora. Mc Cain dovrebbe saperlo bene: in alcune foto che lo immortalano con i ribelli moderati siriani si accompagna ad alcuni degli attuali leader dell’Isis. “Foto opportunity” alquanto singolari.

La cosa forse va letta insieme all’annuncio che l’Isis sarà bombardato anche in territorio siriano. Notizia inquietante, perché è possibile che tale annuncio sottenda altro, almeno nella mente di parte dei partecipanti all’intervento: da tempo c’è chi si sogna un intervento militare contro Assad da parte della Nato e dei suoi alleati. Ci hanno provato in tutti i modi, finora non ci sono riusciti. La tragedia dell’Isis sicuramente ha ridestato in loro speranze: si inizia a bombardare le postazioni Isis, si rafforza la “resistenza” ad Assad, poi magari un casus belli, la macchina militare è già in zona… D’altronde da tempo sono iniziate ad apparire analisi che collegano l’Isis e Assad, mentre si sa bene che sono in conflitto da tempo, da quando cioè i Paesi del Golfo e la Nato (lo ha ammesso anche la Clinton in un’intervista) hanno creato questo mostro per scagliarlo contro Assad… situazione pericolosa, anche perché la Russia ha manifestato grande disappunto per questa eventualità.

Proprio la Russia è il convitato di pietra di questa ipotesi: appena conclusa con una disfatta della Nato la campagna ucraina (in realtà la crisi è solo sopita e a rischio di nuove amare sorprese), qualcuno sembra tentato di venire alle mani con l’ultimo Stato del Medio oriente che conserva rapporti proficui con Mosca. Per assestare un ulteriore colpo all’influenza russa nel mondo, aggravandone la relativa emarginazione dal consesso internazionale. A un anno di distanza, sembra ripetersi lo scenario del settembre scorso: dopo la strage causata da un attacco con armi chimiche a Goutha, si profilò un intervento occidentale contro la Siria con possibilità di escalation non difficili da immaginare.

Tante variabili, una sola cosa certa: questa guerra porterà solo altro caos, come ha detto il vescovo di Aleppo, monsignor Georges Abou Khazen, a Tg2000, e come ben sanno i neocon che nell’ultimo decennio l’hanno disseminato in tutto il mondo a suon di bombe. Sarebbe bastato tagliare i finanziamenti dell’Isis, i cui canali sono ben noti ai vari regni del Golfo (e a molti Paesi occidentali), evitare che possano rifornirsi di armi e munizioni e tagliare le vie occulte attraverso le quali viene commercializzato il contrabbando di petrolio. Riguardo quest’ultimo punto sarà interessante contare i barili di oro nero targati Isis che verranno sequestrati durante le operazioni militari: mercato molto controllato quello del petrolio, quando i miliziani libici tentarono di vendere barili alla Corea del Nord arrivò la cavalleria americana a impedirlo. Ma soprattutto occorreva trovare una convergenza con Siria e Iran, come detto in precedenza.

L’attore Al Bagdadi e i suoi militi in divisa nera, che sfilano minacciosi rievocando – anche questo sembra far parte del copione – le tragiche sfilate naziste, attendono con ansia la pugna, ben sapendo che sono solo parte di un film di pessima categoria che li vede semplici quanto sanguinari attori non protagonisti.

Presto sull’Iraq inizierà la pioggia di bombe. Speriamo non sia diluvio.

Sia consentita, a margine, una nota di colore. Sul Foglio del 5 settembre Giuliano Ferrara chiamava l’Occidente alla crociata. Questo il titolo dell’articolo in questione: Con l’islam è guerra di religione. E ancora più esplicativo il sottotitolo: Mentre l’occidente si balocca fra tenerezze, cecità e nevrosi secolari, i seguaci di Maometto praticano l’epica del jihad, zittiscono papi e ci decollano. L’unica risposta è in una violenza incomparabilmente superiore. Ferrara, come Mc Cain, ha il dono della chiarezza, anche se diverte il fatto che per giustificare tale crociata abbia immaginato che il Papa (che il Foglio ha duramente attaccato fin dalla sua elezione) sia stato messo a tacere: Francesco ha parlato eccome, dicendosi contrario all’intervento armato e alle crociate anti-islam. Certo sopra le righe l’accenno alla violenza incoparabilmente superiore, ma l’uomo è così. Ma non si tratta di fare polemiche ad personam, si tratta di individuare una linea, che non è solo di Ferrara: come l’Isis vorrebbe lanciare a bomba l’Islam contro il cristianesimo, così certi ambiti neocon (o teocon che dir si voglia) vorrebbero lanciare a bomba il cristianesimo contro l’Islam. Opposti estremismi che non si annullano ma deflagrano distruggendo tutto quel che c’è di mezzo. Meccanismo perverso che si autoalimenta da oltre un decennio.

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