5 settembre 2014

Decapitazioni filmate

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L’Isis lancia i suoi messaggi criptici. E lo fa in rete, mozzando teste a giornalisti americani. Con video che, come quello ormai storico della decapitazione di Nicholas Berg, hanno subito analisi impietose, alcune delle quali ne hanno messo in discussione l’autenticità. Imprenditore delle telecomunicazioni di origini ebraiche, Berg fu catturato dai fondamentalisti pseudoislamici di Al Qaeda (l’islam è altra cosa, giova ripeterlo) e sottoposto al macabro rituale nel 2004. Anche Berg, come i due giornalisti americani decapitati in questi giorni, indossava una tuta arancione in stile prigioniero Usa (Guantanamo, Abu Ghraib e altrove). Ci furono allora dei complottisti che, analizzando il video e curiosando sui diversi particolari presenti nel filmato, ipotizzarono appunto una messa in scena, fino a individuare il luogo dell’assassinio nella prigione americana di Abu Ghraib. Complottisti appunto.

La cosa si è ripetuta in altri termini con la decapitazione del giornalista James Foley. Stavolta a mettere in scena il macabro rituale, con perizia hollywoodiana come notano i media, i carnefici dell’Isis (da non confondere con il meno noto Sis, Secret intelligence service, altro nome dello MI6 britannico). Nel video una minaccia all’America e a Obama in particolare. Stavolta i tagliagole si sono premuniti di annullare il fondale della scena del crimine: un video scarno e senza punti di riferimento se non il deserto, che l’amministrazione Usa si era detta intenzionata a far sparire dalla rete per ragioni umanitarie (e forse evitare le congetture dei soliti complottisti). Nonostante le preoccupazioni delle autorità Usa il video è dilagato nel web e tanti autorevoli analisti, stavolta non i soliti complottisti ma esperti forensi internazionali, hanno concluso si trattava di un falso, una macabra messa in scena, stante che al momento della decapitazione non c’è traccia di sangue e che i suoni emessi dalla vittima sono incompatibili con quel tipo di supplizio. Si è concluso quindi, ne accennava il Corriere della Sera giorni fa, che si tratta di una messa in kYKBB.AuSt.69scena: il giornalista era stato costretto a simulare la decapitazione, ripresa prima di essere ucciso sul serio. Resta la stranezza e l’inspiegabilità di questo modus operandi di terroristi che in genere sono alquanto spicci nel tagliare teste, come dimostrano tanti tragici video diffusi in rete dove a morire sono poveracci.

Un’ulteriore particolarità riguarda il video dell’altro giornalista decapitato, Steven Sotloff, di origini ebraiche. L’uomo appare in due video: quello della decapitazione di Foley, nella quale l’assassino spiega ai suoi lontani interlocutori che8e8e93b3c093e2 Sotloff sarà la prossima vittima made in Isis, e l’altro in cui il cronista è, purtroppo, il tragico protagonista.

Un articolo del Corriere della Sera del 4 settembre dettaglia come esperti analisti, confrontando i due filmati, abbiano notato che l’uomo è stato decapitato alcuni giorni dopo l’apparizione nel primo video. Il motivo, spiegano gli oculati esperti, è che nel secondo video la vittima appare con capelli più lunghi e barba. In realtà il particolare più evidente è che il volto appare smagrito, tanto che i tratti somatici appaiono quasi irriconoscibili a una prima occhiata. Il britannico Paul Joseph Watson, sul sito infowars, fa notare che anche in questo video non c’è sangue e che Sotloff legge il suo comunicato, dettato dall’Isis ovviamente, con una calma innaturale per una persona che sta per essere assassinata in una maniera tanto efferata. E in effetti a vedere il video, Sotloff sembra un impiegato di banca che spiega a un cliente le modalità per aprire un conto corrente. Sarà che i giornalisti americani hanno una tempra d’acciaio, ma in effetti il contrasto tra quella calma e il dramma che va a compiersi produce un effetto straniante (1).

Sicuramente queste decapitazioni seriali (nell’ultimo video la minaccia di uccidere un altro giornalista, stavolta britannico) spinge gli Usa (in particolare il guerriero riluttante Obama) e i suoi alleati a un ruolo più assertivo in zona. Da vedere se li costringerà anche a rivedere certa politica di tacita convergenza con Siria e Iran, ritenuti finora da alcuni ambiti occidentali naturali alleati, con le diffidenze del caso, contro il nemico comune. Come tacito alleato è il Pkk curdo, con base turca e siriana, quello che più sta resistendo all’Isis. Altra cosa rispetto ai curdi iracheni, i famosi peshmerga beniamini dei media – legati all’Occidente dai tempi dell’invasione dell’Iraq – che finora non hanno brillato nel contrasto (il Kurdistan di cui tanto si parla ha varie anime…).

A eseguire le esecuzioni dei giornalisti Usa pare sia stata la stessa persona, uno dei quattro Beatles, miliziani islamici reclutati in Gran Bretagna. Una leggenda metropolitana vuole che il noto gruppo rock avesse simpatie sataniche (canzoni che ascoltate al contrario diventano inni a Satana, copertina di un disco con foto del noto satanista Aleister Crowley e via dicendo). Nel caso specifico purtroppo non si tratta di leggende, dal momento che il satanismo, ovvero la perversione religiosa, può essere utile a spiegare molto di quanto sta accadendo in quell’oscuro angolo di mondo.

Dopo l’accaduto il premier britannico Cameron ha dato ordine di controllare i flussi in uscita dei tanti miliziani islamici reclutati nel suo Paese. È un flusso che dura da tempo e che ha interessato oltre l’Inghilterra altri Stati occidentali, tanto che la “legione” dell’Isis annovera migliaia di miliziani nostrani. Lasciati rifluire con la complicità dei servizi e delle forze di polizia, che chiudevano tranquillamente gli occhi sul loro arruolamento clandestino finché andavano a sgozzare cristiani o sciiti in Siria e altrove, oggi sono considerati un pericolo. Meglio tardi che mai, forse. Sempre che davvero si provveda a chiudere questi flussi. Nutrire dubbi in proposito, stante il pregresso, è legittimo.

Resta la follia dell’Isis, nuovo mostro scatenato in Medio Oriente e le tante opzioni in campo per tentare di arginarlo da parte della comunità internazionale. Ad oggi non si intravede alcuna strategia, solo tanta risoluta confusione. E nella confusione il mostro prospera. Secondo i desiderata di quanti lo hanno scatenato. Ma sul punto torneremo, purtroppo questa crisi è destinata a durare tempo.

(1) Sia consentita in una postilla così drammatica una nota di colore. I video delle decapitazioni che si trovano in rete, pubblicati da siti e giornali, sono preceduti dalla solita pubblicità automatica, quella che non puoi saltare se vuoi vedere il filmato. Fa un effetto straniante essere costretti a indugiare su réclame di orologi e altro prima di vedere un tizio vestito di nero che sgozza persone. L’effetto più tragicamente esilarante l’abbiamo avuto guardando una decapitazione preceduta dalla pubblicità di un farmaco contro il mal di testa… Forse servirebbero correttivi.

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