25 luglio

Pontormo, Il corpo di Cristo deposto sull’altare

 

interno

 

A Firenze si è appena chiusa una mostra di grande importanza, dedicata a Pontormo e Rosso Fiorentino a Palazzo Strozzi. Non ho titoli per parlare di un nodo affascinante e complesso come quello del Manierismo, la casella storico-critica in cui i due artisti, eclettici come pochi, sono stati inseriti. Ma nel percorso della mostra sono rimasto colpito da un aspetto del tutto collaterale che però fa capire quanta profondità di pensiero ci sia in opere che noi oggi riusciamo a leggere solo “in superficie” per aspetti di carattere estetico o stilistico. In una delle sale più belle della mostra sono presentate due opere che vengono dalla cappella Capponi in Santa Felicita, dov’è custodito il capolavoro di Pontormo che tanto piaceva a Pasolini, la cosiddetta Deposizione (com’è noto la ricostruì come quadro vivente nella Ricotta). Le opere della Cappella non sono state ovviamente mosse, mentre in mostra sono stati portati un medaglione dipinto da Pontormo e una vetrata opera di un artista francese, Guillaume de Marcillat. Ebbene questa vetrata rappresenta proprio una Deposizione e venne realizzata nel 1526, ovvero in contemporanea con il quadro di Pontormo.

Com’è possibile, mi sono chiesto, che in una piccola cappella ricorresse due volte la stessa scena? Qualcosa non quadrava: la coerenza degli impianti iconografici era cosa importante anche in

stagioni scivolose come quella che si viveva a Firenze in quegli anni. Senonché in uno dei pannelli esplicativi era contenuta la soluzione: quella di Pontormo non è una Deposizione ma è una scena eucaristica. È il Corpo di Cristo che viene portato sull’altare sottostante, dove si sarebbe rinnovata, con la Messa, la transustanziazione. Insomma, Pontormo è chiamato a stabilire un nesso forte tra l’immagine e il luogo preciso in cui sarebbe stata collocata. Sembrerebbe un semplice nominalismo, invece se guardiamo in questa prospettiva il quadro, così affascinante e così strano, capiamo che ciò che lo muove è proprio la dimensione dell’offerta. Non c’è infatti la Croce da cui il Corpo viene calato, non c’è sepolcro in cui debba essere messo: i due giovani che nei panni di angeli lo sostengono lo stanno sì “depositando”, ma sulla mensa dell’altare. Infatti procedono con un movimento rotatorio per adagiarlo, vera carne, sull’altare stesso. Tutti gli altri personaggi osservano la scena da dietro, e dall’alto, come da un palco che Pontormo ha previsto per loro. Invece sulla destra, si scorge Nicodemo (che è anche un autoritratto dell’artista) che sembra andarsene come se fosse finito il suo compito.

Così cambia il quadro davanti ai nostri occhi, e anche il suo affascinante eclettismo viene ricondotto ad una ragione che, nella libertà, rende tutto coerente e non arbitrario. Davvero bisogna imparare con pazienza e con passione a guardare i quadri.

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