31 maggio

Yves Klein mostra il suo Blu IKB

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Un solo colore. Nel 1900 sono stati tanti gli artisti che hanno pensato che per essere tali, bastasse un solo colore. Il primo era stato Kasemir Malevitch con il suo Quadrato nero del 1914. Ma è nel Dopoguerra che il monocromo diventa un obiettivo inseguito da tanti. Tra le esperienza più affascinanti c’è quella di Yves Klein, un grande artista francese, personaggio “imprendibile”, mix tra passato remoto e futuro anteriore, che nel 1956 brevettò il “suo” colore: l’International Klein Blu. Ne parlo perché è appena uscito un libretto che ne racconta, in termini per i miei gusti un po’ troppo letterari, la vicenda. Klein era davvero il prototipo dell’artista in cerca di qualcosa che avesse a che fare con l’infinito. Lo sospingeva un’inquietudine, un’ansia, ma anche una sorta di leggerezza infantile, quasi di ingenuità. Non era un isolato, dato che si muoveva all’interno di quella corrente che poi diede vita a Parigi e a Milano al Nouveau Realisme. E la parola realismo ci serve per entrare nel Blu di Klein. Lui cercava un colore che non c’era. Lo cercava avendo presente che cosa avesse rappresentato il blu nella storia della pittura: il pigmento più prezioso, anche più dell’oro, perché arrivava dall’oriente ed era ricavato dal lapislazzuli. Solo le committenze ricche nel passato erano in grado di fornirlo ai loro artisti, per destinarlo ai particolari più preziosi: il manto della Madonna, per esempio. Ai tempi di Klein il blu aveva perso questo suo valore materiale. Ma lui non inseguiva quello, bensì quell’altro valore che nel passato gli uomini avevano agganciato al valore materiale. Il blu esprimeva infatti il senso e l’attesa di un infinito non lontano, non fuori portata ma sperimentabile. Il blu come colore di un desiderio che costituisce il cuore dell’uomo: Klein puntava a esprimere proprio quello. Ma i blu semplici, banali in circolazione non erano adeguati. Così, con l’esperto del suo colorificio di Boulevard Quinte a Paritigi, nel 1956, trafficò per scovare il blu che non c’era. E alla fine lo trovò (e brevettò anche, con quell’irriverenza che è propria di un avanguardista) miscelando il blu oltremare 1311, con una resina, la Rhodopas M60A. È un Blu davvero senza fondo, che lui iniziò a stendere sulle tele, variando solo le dimensioni e la grana della materia. Creando quadri capaci di esercitare un magnetismo straordinario, in cui ancora una volta la dimensione di infinito si propone non come “altra” ma come qualcosa di familiare allo sguardo. Come se il nostro occhio fosse nato per guardare quel Blu. Klein nella sua breve vita lavorò molto attorno a  quel colore, come nel caso della stupende Antropometrie, in cui le modelle imprimevano il loro corpo, che era stato coperto di blu, sulle tele.

Consapevole di aver avuto con quel Blu un dono, Klein in incognito volle ringraziare la santa a cui era devoto, santa Rita. E lasciò a Cascia, come ex voto, una scatoletta con il pigmento, insieme a dell’oro. Lo si seppe solo molti decenni dopo, quando le suore riordinarono le migliaia di segni arrivati dai fedeli. E venne fuori quella scatoletta piena di Blu.

 

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