21 maggio

Adam Elsheimer, Fuga in Egitto

 

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Tomaso Montanari è uno studioso che concepisce la storia dell’arte come vera passione civile. Questa passione lo porta ad avere un’attività pubblica che va oltre il perimetro dello specialismo: ha mobilitato centinaia di suoi colleghi attorno al destino del centro storico dell’Aquila, ha sollevato casi clamorosi come quello della Biblioteca dei Girolamini di Napoli depredata nell’indifferenza generale. Tutti i lunedì, su Il Fatto quotidiano, Montanari tiene una rubrica molto bella che cerco sempre di non perdermi. Si intitola Lasciate che i bambini, ed è una lettura di un’opera d’arte proposta con un linguaggio e un approccio che possono affascinare un ragazzino.

Settimana scorsa Montanari si è soffermato su un quadro che mi ha sempre colpito e commosso. È una piccola Fuga in Egitto, conservata a Monaco, e dipinta su rame da un grande pittore tedesco, Adam Elsheimer, che arrivò a Roma nel primo decennio del 1600, e che qui morì nel 1611, appena trentenne. Era insomma un contemporaneo di Caravaggio, da cui come tanti aveva appreso l’arte del chiaroscuro. Infatti in questa piccola tavoletta di rame Elsheimer immagina la Fuga di notte, con san Giuseppe che tiene in mano una torcia e un gruppo di pastori sullo sfondo che si scaldano attorno a uno fuoco luminosissimo. Ma la cosa indimenticabile di quest’opera è il vasto cielo notturno illuminato dal bagliore della luna e punteggiato di stelle. Le figure sono piccole, camminano nel buio della notte sul bordo di un bosco che potrebbe davvero incutere mille paure. Eppure il quadro comunica un bellissimo senso di pace, come se la natura e il cielo non fossero affatto nemici. Anzi, quel cielo striato dai riflessi argentei della luna è un cielo protettivo, che sembra essersi acceso proprio per rendere più sicuro il cammino di Giuseppe e Maria. Si coglie un senso panico della natura che presagisce certi sentimenti romantici; ma questa è una natura amica, in cui non ci si perde, e che non ci sovrasta per quanto sia così più grande di noi. Per intercettare lo spirito di quest’opera mi sono sembrate bellissime le parole con cui Montanari chiude la sua rubrica. «… questa rinnovata attenzione per la natura non si risolve in una pittura “scientifica”, bensì in un’altissima riflessione sulla condizione dell’uomo. Maria, Giuseppe e Gesù non sono superuomini serviti dagli angeli, ma piccole e inermi figure, letteralmente inghiottite da un buio fitto in cui è possibile procedere solo a tentoni. Grazie alla luna, quando c’è. E grazie all’amore degli uomini, che accende fuochi intorno ai quali possiamo scaldarci, per ripartire nel nostro cammino».

È proprio vero: pochi artisti al pari di Elsheimer sono riusciti a rappresentare il mistero nella sua inermità e piccolezza.

 

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