9 aprile

Giotto, l’Ultima cena

 

La grandezza degli artisti è quasi sempre direttamente proporzionale alla loro semplicità. E tra i grandi nessuno è semplice quanto Giotto. Semplice nel pensiero con cui struttura ogni volta gli episodi che deve rappresentare, semplice nella composizione che si salda attorno a poche linee portanti; semplice anche nella stesura pittorica, che è sempre nitida, diretta, di un’eloquenza asciutta. Giotto inoltre ha una capacità unica di costruire immagini in cui l’insieme e particolari si tengono, con una coerenza che rende chiaro e verosimile il racconto figurato. La premessa mi serve per attirare l’attenzione su un particolare straordinario nella scena dell’Ultima Cena agli Scrovegni: un particolare di tale intensità che avrebbe potuto far fibrillare tutta la composizione, e che invece s’innesta perfettamente nell’insieme.

Il particolare è quello del volto di Giovanni che si abbandona sul petto di Gesù nel momento in cui il Signore preannuncia il tradimento. «Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: “Di’, chi è colui a cui si riferisce?”. Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: “Signore, chi è?”. Rispose allora Gesù: “È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò”». Così racconta Giovanni stesso nel suo Vangelo. Ma Giotto va oltre il livello cronachistico dell’episodio e invece carica giustamente di valore quel gesto che esprime tutta la familiarità dell’apostolo con Cristo: «reclinandosi sul petto di Gesù».

È un gesto che va ben oltre la richiesta di una confidenza, in quanto dice qualcosa che va oltre il contenuto drammatico di quella confidenza. E Giotto con questa immagine indimenticabile suggerisce questo “oltre”: Giovanni è nell’atteggiamento di chi ha trovato una pace senza paragoni, di chi sperimenta la tranquilla fiducia propria di un bambino. E questo nel momento in cui invece, umanamente, tutto è sull’orlo di franare. Il genio di Giotto, con la semplicità di cui dicevamo, nell’assopimento così pieno di dolcezza di Giovanni, coglie la consistenza di un qualcosa che ha già vinto la morte. Anche la sua pittura sembra toccare un apice di luminosità e chiarezza nel rendere il volto bambino di Giovanni. Un volto che non si staccherebbe mai da quel porto di pace. Per questo è un volto che non ci si stanca mai di guardare.  

 

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