22 marzo

Velázquez, Innocenzo X

 

È un bell’inizio per un’associazione che proporrà di scoprire Roma attraverso visite guidate, presentarsi in un luogo affollato come pochi altri di capolavori: sabato alla Galleria Doria Pamphilj non c’è stata solo la presentazione di Roma Felix, ma c’è stata anche la possibilità di un assaggio delle sue proposte, con tre percorsi diversi dentro la Galleria, di cui uno guidato dal gentilissimo padrone di casa, Massimiliano Floridi: al sottoscritto è toccata la tappa davanti al quadro più famoso della raccolta, l’Innocenzo X di Diego Velázquez. «Troppo vero» pare sia stata la reazione del Papa quando in quelle prime settimane del 1650 si trovò davanti al lavoro concluso. E quell’affermazione dice molto della forza quasi inquietante, per alcuni addirittura difficile da reggere, di questo ritratto. Il Papa della famiglia Doria Pamphili era stato eletto nel 1644, succedendo al filo-francese Urbano VIII. Per questo Filippo IV di Spagna si era affrettato a tessere le sue reti diplomatiche per riconquistarsi l’alleanza con il Pontefice. Nel “pacchetto” dell’offensiva diplomatica c’era anche una missione del pittore più famoso della sua corte, inviato a Roma per fare una serie di ritratti della famiglia del nuovo Papa. Ovviamente nella serie non poteva mancare lui, Innocenzo X.

Difficile parlare di un quadro che affonda in modo così vertiginoso nella psicologia del personaggio. Meglio provare a ragionare, con semplicità, su alcuni dispositivi che Velázquez mette in opera, quasi senza farcelo notare. Sono dispositivi sottili nella costruzione dell’immagine, quasi impercettibili che alla fine spiegano quella sensazione di destabilizzazione che il quadro comunica: la posa leggermente in diagonale del Papa; lo sbilanciamento provocato dal fatto che il volto non occupa il centro geometrico della tela; quella costruzione così verticale della figura che sembra quasi ribaltarsi in avanti. È un ritratto che ha una rudezza quasi scabrosa, a dispetto della qualità sublime della pittura con cui è stato realizzato: nessuno ha forse mai saputo dipingere come Velázquez, che in questa opera dà una delle sue prove più alte. Un quadro magro, brutalmente all’osso, nonostante mostri una qualità suprema; un quadro per il quale l’artista usa di fatto solo due colori, il rosso e il bianco, con una serie straordinaria di varianti, dalla cotta, al camauro sino allo sfondo. Ma ovviamente il perno della tela è nel volto, con quelle labbra serrate e quello sguardo quasi perforante, dispotico e insieme inquieto.

Velázquez tirando il grande tendaggio dietro all’Innocenzo X è come se dichiarasse che non è la profondità di campo e di spazio che gli interessa, ma che sta lavorando a un’altra “terza” dimensione. Ed è la profondità psichica; è la profondità vertiginosa che si spalanca dietro la maschera del volto. Questo intendeva dire Innocenzo X quando giudicò quadro “troppo vero”. E si capisce perché Francis Bacon che su questo ritratto ha dipinto decine di varianti, come se ne fosse stato ammaliato, quando veniva a Roma si rifiutava di salire a vederlo. L’Innocenzo X è davvero un capolavoro da paura.

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