6 dicembre

Siria: quella stilla di sangue innocente che vale più di tutte le parole del mondo

Ci sono appelli e appelli. Quello di Sua Beatitudine Giovanni X, Patriarca di Antiochia e Primate della Chiesa greco-ortodossa di Antiochia e di tutto l’Oriente, ha qualcosa di struggente, che tocca il cuore, giù, nel profondo. Era atteso in visita presso i suoi fedeli nel Golfo, il Patriarca, ma dopo quanto avvenuto a Maaloula – dove alcune suore e gli orfanelli che queste accudivano sono stati sequestrati – ha annullato tutto per tentare di trovare strade per il loro rilascio. Pubblichiamo un’ampio stralcio della conferenza stampa che ha tenuto il 5 dicembre.

«Nel mezzo delle tragedie che avvolgono la Siria e dell’emorragia umana che colpisce il nostro popolo, ma anche dell’ambiguità che continua ad aleggiare sul destino dei nostri due vescovi Aleppo, Jean (Ibrahim) e Paul (Yazigi) [da mesi nelle mani delle milizie anti-Assad ndr.], il nostro Patriarcato di Antiochia e di tutto l’Oriente ha accolto con grandissimo dolore la notizia della detenzione dei nostri figli, le suore e le orfanelle del monastero di Santa Tecla in Maaloula, lunedi 2 dicembre 2013 e del loro trasferimento fuori del loro monastero, in Yabroud. Dato che i primi tentativi di far liberare i nostri figli  prigionieri non hanno portato al risultato desiderato, il Patriarcato Greco Ortodosso di Antiochia e di tutto l’Oriente lancia un appello urgente e rivolto  alla comunità internazionale e a tutti i governi per intervenire e compiere gli sforzi necessari per fare liberare le nostre sorelle, illese.

Allo stesso modo ci appelliamo alla coscienza di tutta l’umanità e ad ogni coscienza vivente che il Creatore ha posto nel cuore dei suoi figli, compresi quelli responsabili del rapimento, per far liberare le nostre suore e i nostri orfani. Facciamo appello alla comunità internazionale e, pur ringraziando tutte le espressioni di solidarietà, diciamo che non abbiamo più bisogno di disapprovazione, condanna o espressioni di preoccupazione per quanto riguarda gli eventi attuali che minano la dignità della persona umana, in quanto questo è radicato nella coscienza di ognuno di noi:  ma abbiamo bisogno oggi   piuttosto di azioni concrete ed effettive e non di parole. Noi  non sollecitiamo i responsabili, sia a livello regionale o internazionale, in modo che innalzino la voce per condannare e disapprovare, ma chiediamo i loro sforzi, le pressioni e le azioni che portino al rilascio di quelle suore, che non hanno avuto altro torto se non quello di volersi aggrappare al loro monastero e non volerlo lasciare.

Ribadiamo di nuovo il nostro invito per la cessazione della logica della lotta in Siria e sostituirla con la logica del dialogo pacifico e a non tergiversare per ritardare l’avvio del dialogo al solo fine di ottenere bottini sul terreno, perché la Siria sanguina e del suo sanguinamento è sanguinante il nostro cuore. Bisogna che il mondo intero sappia che una goccia del sangue di un innocente versato su questa terra è più sacra e più preziosa di tutti gli slogan del mondo. Che il mondo intero capisca anche che le campane delle nostre chiese, noi cristiani d’Oriente, che sono state poste sulle nostre chiese e che hanno rintoccato fin dagli albori del tempo, continueranno a suonare e a far sentire al mondo intero la voce del nostro amore e della nostra pace per l’altro, qualunque sia la sua religione. La durezza del tempo presente  non ci strapperà dalla nostra terra, perché essa costituisce il nostro essere, il nostro rifugio e un pezzo del nostro cuore.
[…] Possa Dio proteggere la Siria e il Libano e l’Oriente, e la persona umana di questo Oriente.
Molte grazie ai media per aver fatto ascoltare il dolore di Antiochia, ma anche la sua speranza nel mondo».

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